martedì 11 marzo 2014

L'insostenibile leggerezza dell'accordo sull'Italicum. Il PD sfida il PD.

E’ sempre più sottile il filo che collega Forza Italia ed il Partito Democratico sulla legge elettorale. Di fatti oggi sulla votazione per le preferenze (emendamento La Russa) sui 360 potenziali “no”, ce ne sono stati soltanto 299, dunque 61 in meno fra persone assenti e “franchi tiratori”.
Dunque la situazione diventa sempre più rischiosa, se Forza Italia e PD fino a qualche settimana fa sembravano certi del buon esito della legge elettorale, ora sono un po’ più preoccupati. Più preoccupato fra i due partiti è il PD, che si è sempre vantato di essere un partito con tanta, forse troppa, democrazia interna, ma che in questi giorni sembra stare perdendo questa buona tradizione. Un PD che spesso nella sua storia ha visto al proprio interno franchi tiratori (basti ricordare le ultime votazioni per il presidente della Repubblica, il famoso “caso Prodi”), e continua a vederne, come in un incubo senza fine.
In questi giorni infatti il PD è più fragile che mai dalla caduta del governo Prodi nel 2008. Sempre riguardo la legge elettorale, in particolare sulla parità di genere, ci sono stati altri contrasti all’interno del partito, tant'è che Renzi ha chiesto di fare un uso minore del voto segreto. Si vocifera che ci sia stato un significativo faccia a faccia fra Rosy Bindi e Matteo Renzi, con una Bindi perlomeno stizzita dal comportamento del proprio segretario. Cresce la paura nell’ex sindaco di vedere sfumare l’accordo sulla legge elettorale, tanto demonizzata dal parlamento, ma che segnerebbe il primo passo del governo Renzi, il primo passo importante.
Premier che ha chiarito subito “Chi non vota la legge elettorale, lo vada a spiegare al paese”, come se ciò costituisse davvero una minaccia per i parlamentari.
Il segretario dei democratici si è però detto favorevole all’alternanza di genere nelle liste del PD, scrivendo su Facebook che sempre nella sua carriera ha dimostrato di voler mantenere la parità di genere (non ultima la squadra di governo, composta da otto ministri uomini ed otto donne).
Anche riguardo le soglie di sbarramento sono venuti a mancare 101 voti potenziali. Centouno, come i già citati franchi tiratori di Romano Prodi. Coincidenze che tornano. E per soli trentacinque voti non è stato promosso l’emendamento sulle preferenze, mal viste da Silvio Berlusconi. Come già accaduto nella storia della sinistra italiana, bisogna più guardarsi dagli amici che dai nemici.
Riguardo questa considerazione non può non venire in mente Pippo Civati, secondo fra gli sconfitti nella corsa elettorale alla segreteria del partito. Civati teme che con l’accordo con Silvio Berlusconi il PD possa scomparire. Di fatti il PD sta votando contro il suo stesso programma, aggiunge, ed è esterrefatto dalla situazione che si è creata intorno al conflitto d’interesse. E’ di poco fa la notizia per cui la Moretti ha dichiarato “Ci hanno fatto votare contro il conflitto di interessi”. Inutile ricordare quante battaglie il PD, o quel che c’era prima, ha fatto per il conflitto di interessi. Anche Di Battista sembra scongiurare il PD, con parole che sembrano meno cruente del solito ma più supplichevoli, di uccidere una volta per tutte politicamente Silvio Berlusconi, preghiera che non sembra essere ascoltata dai democratici fedeli al neo-premier.


Insomma, PD o non PD? Questo è il solito dilemma. 

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

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