giovedì 20 marzo 2014

La riforma del Titolo V

Nella giornata di ieri, Matteo Renzi ha parlato con Vasco Errani (presidente della conferenza delle Regioni) per discutere assieme della riforma del Titolo V della costituzione, riforma che andrà di pari passo con quella del Senato. Il premier ha chiesto ad Errani di collaborare, stimolando la conferenza a dare consigli su come migliorare il testo della riforma. Ma di che cosa si tratta nello specifico? L’idea di riformulare il Titolo V non è un’idea nuova, di fatti una riforma in tal senso fu avviata con la terza bicamerale del 1997, e portata a termine poi nel 2001 a maggioranza dalla sinistra (per inciso questo avvenimento è spesso citato da Renzi per giustificare l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale, ribadendo il fatto che le “regole del gioco” vanno fatte con tutti, non solo con la propria maggioranza). Grande cerimoniere era Massimo d’Alema, nemico-amico del rottamatore Renzi. Ora più amico che nemico. In quella riforma del Titolo V (recante articoli della Costituzione che specificano le competenze assegnate allo Stato o alle regioni) fu fatto un processo di decentramento amministrativo, cercando di dare competenze statali alle regioni (puntualmente descritte nell’articolo 117). Ora il progetto di Renzi si spinge ancora più oltre, avendo anche la ferma volontà di cancellare il bicameralismo perfetto per introdurre al posto del Senato una camera delle autonomie. Ma andiamo con ordine: in materia di competenze statali, l’obiettivo del governo è quello di creare maggiore flessibilità fra i poteri statali e regionali; ad esempio qualora ci fossero esigenze nazionali, si potrebbe facilmente spostare la competenza regionale in statale, e viceversa, senza avere troppe inutili complicazioni. E’ una parola che va di moda con Renzi, “flessibilità”. L’abbiamo già sentita nominare nello Jobs Act, con un’accezione negativa da parte dei sindacati. E’ uno dei due termini più abusati (e forse a ragione) dall’ex sindaco. L’altro termine è “semplicità”. L’altra importante riforma collegata a quella del Titolo V è, come già detto, l’abolizione del Senato. Per meglio dire, non si tratta di una vera e propria abolizione, bensì una trasformazione. Il Senato sarà composto da circa 120 senatori, ovvero: i presidenti delle regioni, due membri eletti dai consigli regionali, tre sindaci per ogni regione e 21 senatori eletti dal Presidente della Repubblica, con lo stesso criterio con cui venivano scelti i senatori a vita. Il Senato (ovvero l’Assemblea delle Autonomie) non potrà più dare la fiducia ai governi, né potrà avere un ruolo di protagonista nel varo delle leggi, potrà bensì esprimere pareri sulle proposte di legge entro dieci giorni, e da quanto si può leggere dalla bozza diffusa dal ministro Maria Elena Boschi “L’Assemblea delle autonomie rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre, secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea”. Il bicameralismo perfetto rimarrà soltanto quando verranno trattate le riforme costituzionali, e cosa molto importante, verranno eliminate definitivamente le province.

Tutto facile, potrebbe sembrare ad una prima lettura. Ma siamo sicuri che i senatori voteranno la loro abolizione?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

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