lunedì 10 marzo 2014

Lotta di genere - La parità di genere nell'Italicum

Non bastavano le varie polemiche sull’emendamento D’Attorre che prevedeva di formulare la legge elettorale soltanto per la camera e non per il senato, oppure la disputa sulle preferenze. A creare ostacoli all’iter della legge elettorale ci si è messo anche il problema della parità di genere.
Intendiamoci, è una battaglia sacrosanta, che vede una vera e propria lotta di genere fra i parlamentari e le parlamentari di tutti gli schieramenti politici.
Angelino Alfano apre ad una soluzione, dicendosi favorevole ad una parità elettiva fra donne e uomini, ma, aggiunge, se ciò dovesse compromettere l’intera legge elettorale ed il suo percorso legislativo, farebbe un passo indietro.
Nei giorni precedenti alcune parlamentari hanno scritto una lettera comune per sensibilizzare l’intero parlamento sulla vicenda, e sull’importanza che ha un’effettiva parità di genere. Si legge:
“Siamo convinte che non sia possibile varare una nuova legge senza prevedere regole cogenti per promuovere la presenza femminile nelle istituzioni e per dare piena attuazione all'articolo 3 e all'articolo 51 della Costituzione.”
E’ nato un movimento trasversale, che comprende le donne di tutti i partiti. Anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, ha affermato che se non sarà sciolto il nodo della parità di genere, questa legge elettorale potrebbe farci fare un passo indietro, piuttosto che lanciarci in un nuovo orizzonte politico.
Giovanni Toti anche apre al confronto sulla questione, smentendo un atteggiamento assunto dai parlamentari Forza Italia dei giorni precedenti. Di fatti continuano ad essere forti i pressing a Berlusconi, molti parlamentari chiedono al cavaliere di mantenere una posizione di rifiuto; tuttavia ciò potrebbe ritorcersi contro Forza Italia dando forza agli altri schieramenti politici, compreso il PD di Renzi.
Anche il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto la sua, non prettamente sulla legge elettorale, ma più in generale sul sessismo in politica che egli reputa un “virus da estirpare”.
I partiti che hanno invece preso in maniera chiara le distanze dal dibattito sono stati la Lega Nord e il Movimento Cinque Stelle: il primo perché non avendo deputate donne non ha evidentemente alcun interesse in merito alla questione, il secondo perché semplicemente non si trova d’accordo con la proposta dell’emendamento.
Personalmente non sono d’accordo con la proposta avanzata in parlamento. Il nocciolo del problema è che arrivati nel 2014 nessuno dovrebbe mettere in discussione la parità di genere; purtroppo invece è spesso sotto gli occhi di tutti quanto sia diseguale il rapporto uomo-donna. E’ diventato dunque necessario e doveroso inserire la parità di genere nella legge elettorale. Rimane, tuttavia, inaccettabile che ancora si debba mettere per iscritto una cosa del genere. Inoltre, paradossalmente, questa legge potrebbe rivolgersi contro la tanta amata e richiesta democrazia (non che ora con la nuova legge si faccia un passo avanti in questo senso),  perché un politico non dovrebbe entrare in parlamento soltanto in quanto avente l’organo femminile, ma perché portatore di proprie idee e valori.

Quanto tempo passerà prima che si arrivi al futuro?


Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

sabato 8 marzo 2014

Che cosa ha fatto il Governo Letta

Come tutti noi sappiamo, prima di Matteo Renzi, ma forse in realtà pochi se lo ricordano, c’è stato un governo presieduto da Enrico Letta, e nato per volontà presidenziale (ma soprattutto per necessità economiche) con a sostegno un’ampia maggioranza, che comprendeva PDL, Scelta Civica e PD. Tale governo, forse pochi se lo ricordano, ha superato anche le traversie causate dagli umori di Berlusconi, che vedendo avvicinarsi la galera, più volte ha minacciato di togliere la fiducia al nipote di un proprio esponente, forse il più noto in famiglia, Gianni Letta. Alla fine Berlusconi è riuscito a sfiduciare un governo presieduto da un uomo di sinistra (se così si può definire), pur dovendo subire la scissione del proprio partito, che ha visto la nascita, ovvero il ritorno, di Forza Italia (e la conseguente nascita di un nuovo partito a guida Alfano, il Nuovo Centro Destra).
Ma il governo Letta, concretamente, che cosa ha fatto? Belpietro qualche tempo fa ha detto che Letta è “uno che accarezza i problemi, senza risolverli”, mentre Scalfaro, fondatore della testata “La Repubblica”, ha affermato che i risultati dell’azione di governo di Letta si stavano vedendo proprio in queste settimane (ad esempio il +0,1% di crescita PIL), e per questo motivo Renzi ha voluto premere l’acceleratore, per evitare che il suo “rivale” avesse successo.
Passiamo in rassegna le cose cha fatto il governo Letta. La prima cosa che viene in mente è l’abolizione della prima rata dell’IMU (con conseguenti nuove tasse minacciate e poi tolte, rinominate poi stravolte), che costituiva una sorta di “patto di governo” con la componente di centro-destra (forse più che di patto di governo si dovrebbe parlare di minaccia di governo). La storia dell’IMU è una storia travagliata, sofferta, più volte messa al centro dell’attenzione, soprattutto da chi non capiva come e soprattutto cosa pagare, con mille nomi e la stessa faccia (TARI, TASI, TARES, TRISE, TUC e IUC). Alla fine la situazione si è più o meno risolta, aumentando l’IVA di un punto percentuale, con buona pace per noi, e con il pagamento della cosiddetta “mini-IMU” ovvero l’imposta residuale che solo i proprietari delle prime case dovevano pagare se risiedevano in uno dei municipi italiani che avevano previsto un’aliquota più alta di quella fissata dallo Stato.
Il governo Letta passerà alla storia (locuzione forse impropria ma decisamente d’impatto) anche per il “decreto del fare”, approvato ad Agosto, che tra le varie cose, prevedeva: fondi per le infrastrutture pari a tre miliardi di euro; finanziamenti a tasso agevolato per le imprese che comprano nuovi macchinari;  taglio delle bollette energetiche; impignorabilità della casa e rateizzazione agevolata dei debiti; risarcimento danni causati dalla lentezza burocratica ai cittadini; revisione della giustizia civile;  tremila assunzioni nel campo universitario e più in generale scolastico; wi-fi gratuito.
Inoltre durante il governo Letta furono sbloccati i debiti della pubblica amministrazione, ovvero 40 miliardi da versare fra il 2013 e il 2014. Assolutamente una nota di merito, se non fosse che tale legge era già stata formulata ed indirizzata dal precedente governo Monti.
Infine, come non ricordare gli scandali che hanno colpito la diciassettesima legislatura, dalle dimissioni del ministro Josefa Idem ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, per una presunta evasione dell’IMU (pare dormisse in palestra), allo scandalo Shalabayeva, per cui fu chiesta la sfiducia al ministro dell’Interno Alfano (che puntualmente è stato confermato dall’esecutivo Renzi), passando per lo scandalo De Girolamo, infine come non ricordare il dibattito sugli F35
Tuttavia, oggi che è il giorno della feste delle donne, occorre dire che sotto il Governo Letta sono state accentuate le pene a chi fosse accusato di reato di femminicidio; inoltre fu istituito l’Unità Grande Pompei, per la tutela del sito archeologico.
Il dubbio, in via definitiva, rimane: Renzi opportunista o Renzi innovatore? Letta è stato davvero uno che “accarezzava i problemi” o ha cercato di fare qualcosa di serio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony



giovedì 6 marzo 2014

Aspettando Mercoledì

Matteo Renzi mercoledì prossimo (come invece ha fatto in questa settimana) non continuerà a fare il giro delle scuole, a causa di una dovuta conferenza stampa dopo la svalutazione dell’Italia da parte di Olli Rehn
Il piano per salvare l’italia dell’ex sindaco di Firenze prevedere tre punti fondamentali: lo Jobs Act (nome dall’antico sapore anglosassone), il piano casa e il piano scuola, con l’obiettivo di stanziare 2 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Fra i tre, quello più atteso e più importante è lo Jobs Act.

Jobs Act


Lo Jobs Act è il piano per far ripartire il mercato lavorativo nel nostro paese. Esso consiste fondamentalmente di tre punti.
Il primo è il sussidio universale di massimo due anni. In sostanza è una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, ma più elastico. In questo modo Renzi ha l’intenzione di togliere la cassa integrazione, che mai come in questi tempi è usata a vantaggio degli imprenditori ed a discapito dei lavoratori.
Secondo i dati raccolti da Padoan, neo ministro dell’Economia e delle Finanze, e da Poletti, neo ministro del Lavoro, la copertura finanziaria corrisponderebbe a 9, 5 miliardi di euro. Una spesa non indifferente. Il governo infatti non ha ancora chiaramente detto da dove prenderà materialmente quei soldi.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “garanzia giovani” ovvero un piano contro la disoccupazione giovanile soprattutto riguardante gli under 25. In questo caso, però, i fondi verrebbero stanziati dall’Unione Europea, e corrispondono a 1,5 miliardi di euro. 
In che modo verrà spesa questa somma?
Nella creazione di posti di lavoro, ma soprattutto nella formazione lavorativa dei giovani. Tutto ciò in realtà era progettato già durante il governo Letta, dall'allora ministro Giovannini.
Riguardo al terzo punto, Renzi è intenzionato a creare contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele progressive. Ciò significa che più si va avanti con l’età lavorativa, e più si hanno tutele. Questo, ovviamente, potrebbe andare a discapito dei giovani, che avrebbero meno tutele (non che ora ne abbiano molte di più).
Tuttavia rimane l’importanza cruciale di questo piano, che deve essere attuato il più presto. Il 41,1% di disoccupazione fra i giovani registrato qualche mese fa è allarmante, come è allarmante la svalutazione da parte dell’Europa, che ci ha sfiduciato assieme alla Croazia e alla Slovenia, non proprio due paesi modello.
Il caso Italia rimane al centro dell’attenzione, perché qualora dovesse fallire, ma già in questo momento, potrebbe creare dei seri problemi a tutta l’eurozona. D'altronde il nostro paese, checché se ne dica, rimane di importanza cruciale all'interno dell’Europa, e abbiamo un peso specifico maggiore di paesi come Grecia o Portogallo (anch'essi, come sappiamo, colpiti gravemente dalla crisi). Dunque un piano di risanamento dei conti pubblici attuato dall’Europa, con la forza con cui è stato attuato in Grecia, sarebbe il punto di arrivo di un processo che vede all'alba il fallimento di un sogno nato più di cinquant’anni fa, chiamato Europa.

Continueremo a sognare?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony


mercoledì 5 marzo 2014

Con Renzi la cultura va di moda

Quanto tempo è passato dalla storica frase di Tremonti: “Con la cultura non si mangia”?
E quanto tempo è passato dall’ultima volta che un governo ha messo al centro della propria politica la cultura?
Renzi, da sindaco quale è, ha indirizzato le prime azioni di governo verso la rivalutazione della scuola. Ma perché Renzi ha così a cuore la scuola italiana? Soltanto perché ha una moglie che fa l’insegnante? No, non credo, vuol dire poco, anche Profumo (per chi se lo fosse scordato ministro dell’Istruzione del governo Monti) aveva la moglie professoressa liceale,  ma non ha fatto mai nulla per cambiare la situazione.
Renzi, figlio della sua generazione, generazione che ha vissuto l’accrescersi del disfacimento culturale (ad opera, mi è d’obbligo dirlo, di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni commerciali), è cresciuto in una società in cui la parte più anziana, legata ancora alla divisione politica della guerra fredda, teneva la cultura come risorsa preziosa, come cibo pregiato, da non far assaggiare ai “profani”, e dall'altra parte c’era una società, quella dei giovani, che paga del benessere economico e dell’avanzare imperante delle tecnologie, sostanzialmente non si curava della cultura, contribuendo alla creazione del disfacimento socio-culturale attuale.
E non poteva iniziare meglio questa “campagna” per la sensibilizzazione alla cultura: “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino trionfa nella notte degli Oscar, aggiudicandosi il premio di “miglior film straniero”.
Immediate le congratulazioni del ministro Franceschini attraverso i tweet.


Già, Pompei. Che fine farà la nostra amata Pompei? Anche se ultimamente sembra che i nostri patrimoni culturali siano più amati all’estero che in patria. A tal proposito vorrei ricordare la vicenda legata alla “tomba del gladiatore”, che scoperta nel 2008, appena quattro anni dopo l’intero sito rischiava di dover essere interrato per la mancanza di fondi. Per far finire la vicenda a lieto fine è dovuto intervenire dagli States Russel Crowe.
Tornando a Pompei, una lenta agonia la sta portando al disfacimento. Giorno dopo giorno cascano piccoli pezzi di muro, mattoni, edifici interi. Franceschini sembra avere tutte le intenzioni migliore per rimediare subito alla situazione, ed ha convocato una riunione di emergenza dopo l’ultimo crollo. Sul sito del Ministero dei Beni Culturali sono apparsi nove punti da attuare. Tra i più significativi spunta l’utilizzo di 2 milioni di euro per la ricostruzione, accelerare la nomina del nuovo soprintendente prof. Massimo Osanna e la sollecita definizione di una convenzione tra Mibact (ministero dei Beni Culturali) e Finmeccanica per fornire servizi e tecnologie sperimentali di rilevamento satellitare volti a prevenire il rischio idrogeologico.
Renzi sembra aver preso molto seriamente a cuore la situazione delle scuole, tanto da spingerlo a promettere fondi pari a 2 miliardi di euro, e a viaggiare per le scuole Italiane per testare la situazione (un atteggiamento molto americano).
Insomma, con Matteo Renzi la cultura va di moda. E speriamo che torni davvero a fare tendenza.


Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

martedì 4 marzo 2014

Il primo scoglio del governo Renzi: l'Italicum

La legge elettorale, il cosiddetto “Italicum” oggi inizia il suo iter processuale, partendo dalla camera. L’Italicum era nato dall’accordo fra Matteo Renzi (allora ancora soltanto segretario del PD) e Silvio Berlusconi (allora già condannato).
L’intesa sembrava d’acciaio, e nulla avrebbe potuto cambiare le sorti della legge elettorale.
Ma nella discussione che inizia oggi e terminerà fra tre giorni, già sono sorti dei problemi. I principali problemi sono nati dalla forza di maggioranza, sotto forma di emendamenti.
L’emendamento Lauricella propone di far entrare in vigore la riforma elettorale insieme alla riforma del senato. Naturalmente, tutto ciò non può giovare a Forza Italia, che vorrebbe andare il più presto possibile alle elezioni, senza aspettare tempo prezioso.
Invece una soluzione del genere farebbe molto comodo alla compagine del governo, che così potrebbe lavorare con più serenità facendo tranquillamente (ma allo stesso tempo in maniera veloce) quelle riforme strutturali utili per il paese.
Tutto ciò non può fare politicamente bene all’opposizione di centro-destra, che vede di buon’occhio la persona Renzi, ma non vuole andare incontro ad una batosta elettorale. E ovviamente più si allontana tale data e più le possibilità crescono.
Inutile ribadire quanto sia forte ora Matteo Renzi (con quasi il 60% di consenso popolare), che qualora riuscisse a fare ciò che ha intenzione di fare, vedrebbe accrescere tale percentuale progressivamente fino alle elezioni.
L’altro emendamento che sta creando tensione fra la maggioranza è l’emendamento D’Attorre. Il bersaniano propone infatti che la legge elettorale sia valida soltanto per un ramo del parlamento, quello della camera. Di fatti nel caso in cui l’emendamento D’Attorre venisse inserito nella legge elettorale, l’entrata a Palazzo Madama sarebbe regolata dall’ex legge elettorale, o per meglio dire da ciò che rimane dopo la decisione della Corte Costituzionale. Ovviamente al PD un sistema puramente proporzionale non sta bene, e dunque è implicita la riforma del bicameralismo.

La risposta di Forza Italia non si fa attendere. Brunetta afferma che una proposta del genere sarebbe incostituzionale, e comunque non pertinente ad un sistema che, ad ora, è di bicameralismo perfetto.
Si potrebbe essere d’accordo con Brunetta, non possiamo commettere lo stesso errore del Porcellum (anche se ho i miei dubbi circa l’”incostituzionalità”) ma ci sarebbe da chiedersi il perché Forza Italia non voglia una soluzione di questo tipo.
Di fatti nel pomeriggio arriva la smentita di Berlusconi, che si rende favorevole all'emendamento D’Attorre. In questo modo il cavaliere riesce di nuovo a rendersi garante delle riforme, e si porta il coltello dalla parte del manico. Avvicinandosi all'ex premier potremmo leggere i suoi pensieri: “Se Renzi non riesce a fare quello che vuole con la sua maggioranza, ci penso io, il vero elemento innovatore da vent'anni a questa parte”

Dunque Berlusconi sembra aver trovato la chiave di volta per prendere voti alle prossime elezioni: aiutare il suo discepolo Renzi per cambiare l’Italia.

L’alunno supererà il maestro?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

lunedì 3 marzo 2014

Quando il popolo si ribella ai Russi. Ungheria 1956-Ucraina 2014

Quello che sta succedendo in Ucraina ricorda molto da vicino quello che successe in Ungheria quasi sessanta anni fa.
Nel 1956 il popolo Ungherese si rivoltò contro la Russa sovietica, manifestando contro la presenza comunista, che non potevano più tollerare.
Iniziò la cosiddetta "rivoluzione ungherese" che mirava ad espellere i russi dal territorio magiaro, ad uscire dal patto di Varsavia. Tale rivoluzione però portò soltanto vittime (quasi tremila), poiché l'Ungheria entro a far parte degli stati satelliti dell'URSS fino alla caduta del muro di Berlino. I morti erano di entrambe le fazioni: di fatti c'era chi era contrario alla presenza russa, e chi era favorevole.

In Ucraina accade una cosa simile: ricapitoliamo.


Come è iniziato tutto


Il presidente Ucraino Yanukovic, che si è sempre schierato dalla parte del Cremlino, qualche mese fa ha deciso di intavolare un accordo con Bruxelles, per entrare a far parte dell'Unione Europea. Tale volontà era dettata dalla morsa della crisi economica, ed era considerata come l'ultima carta da giocare. L'Europa però ce l'ha messa tutta per creare problemi all'Ucraina, dettando condizioni difficilmente realizzabili.
Yanukovic ha così dovuto rinunciare all'accordo con l'UE, sicuro dell'aiuto della Russia di Putin, che avrebbe elargito al suo paese 15 miliardi di dollari.
Il popolo però, almeno la componente anti-russa, non ha gradito questa mossa, riversandosi per strada.
E' stata l'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. Di fatti nella memoria erano e sono ancora vive le elezioni del 2004, in cui ci furono evidenti brogli elettorali, e il leader del movimento arancione avverso alla politica di Yanukovic, Iulia Timoshenko, stava ancora in prigione.
Quest'ultima ora è libera, ma la rivoluzione anti-russa non ha avuto l'approvazione di tutto il paese.


Crimea


La Crimea è stata storicamente un luogo strategico (si affaccia sul mar Nero) nell'Europa dell'est, ed ha avuto sempre una storia travagliata (anche noi italiani vi abbiamo combattuto, ai tempi di Cavour).
Nel 1954, in occasione del trecentesimo anniversario dell'alleanza Ucraina-Russia, Cruscev decise di "regalarla" all'Ucraina. Dunque è evidente che la popolazione, come attestano stime ufficiali, sia composta dal 60% di Russi.
Una parte di questa percentuale è legata molto al Cremlino, e oggi chiede la secessione. Il 30 Marzo è previsto il referendum per decidere il futuro geopolitico della Crimea.
In queste ore in Crimea hanno addirittura eletto un proprio leader, Aksyonov (che ha addirittura fatto un discorso in cui chiedeva aiuto a Putin ed addirittura trasmesso nelle TV russe integralmente), e dunque la situazione va sempre più peggiorando. Situazione che è andata peggiorando soprattutto per l'avanzata delle truppe russe nel territorio ucraino.

In Ungheria non finì così nel 1956, anche se una divisione qualche tempo dopo ci fu in quelle zone (inutile ricordarlo: il muro di Berlino).
Le conseguenze che questa secessione può portare sono innumerevoli.
Anzitutto potrebbe lacerarsi ancora di più il rapporto Russia-Europa, visto che l'Ucraina, a meno di clamorose retromarce, entrerà a far parte dell'Unione Europea in un futuro prossimo. Inoltre l'Ucraina ha un debito enorme da pagare al gigante russo del gas, Gazprom, che ha concesso gas ad un prezzo di favore fin'ora. Infine, dietro il progetto rivoluzionario ucraino, c'è la longa manus di Barack Obama, degli U.S.A.

Che si torni ad una nuova guerra fredda?

Federico Sconocchia Pisoni

sabato 1 marzo 2014

Quando il sogno si trasforma in incubo. Ascesa e declino del Movimento Cinque Stelle.

Lunedì 25 Febbraio 2013: il Movimento Cinque Stelle contro ogni aspettativa, prende 8 797 902 voti (che corrisposero al 25,9 %) alle elezioni, attestandosi come terzo partito (pardon, movimento), italiano, sbaragliando la concorrenza di vecchie glorie (Di Pietro, Fini -che non sono neanche entrati in parlamento-e Casini) e superando nettamente nuovi presunti protagonisti della scena politica italiana (Oscar Giannino, Antonio Ingroia).
Quasi nove milioni di Italiani si affidano nelle mani di Beppe Grillo. Immediatamente si inizia al grido di "tutti a casa", negando qualsiasi accordo con qualsiasi partito, obbligando Bersani a dimettersi dall'incarico di formare un nuovo governo. Il governo alla fine nascerà, e sarà quello di Letta, che sopravviverà anche alla scissione del PdL.
In questi mesi molte cose avrebbe potuto fare il Movimento Cinque Stelle, e molte ne ha fatte. In primis, mi preme ricordarlo, i proprio parlamentari si sono diminuiti lo stipendio -e di parecchio- a favore delle piccole imprese (creando un conto apposito per le PMI). Inoltre c'è da dire che hanno rinunciato anche ai rimborsi elettorali (onore a loro solo per la coerenza, a mio parere i rimborsi elettorali sono la linfa di una democrazia, se concessi nella giusta maniera)
Ma forse le cose più importanti non le ha fatte, né le potrà fare (o meglio, vorrà fare). Durante questi mesi si sono arroccati nelle loro posizioni, evitando di fare accordi anche su riforme che rientravano nei loro interessi, a partire dalla legge elettorale.
La cosa che più ha colpito l'opinione pubblica, e potrebbe essere la rovina del Movimento, è la scarsa dose di democrazia interna. Emblematica è la vicenda dei parlamentari espulsi per aver osato dire qualcosa in merito all'incontro streaming Renzi-Grillo (prese di posizione anche piuttosto leggere). Costoro sono stati giudicati come cospiratori interni al partito, serpi in seno e via dicendo.
E' stato detto di essere sempre stati contro le decisioni del Movimento. Ma se così fosse stato, perché uno dei quattro (Orellana) fu addirittura presentato alle elezioni per la presidenza del senato?


Nuovi scenari nella maggioranza



La fuoriuscita di questi quattro senatori (più altri sei che se ne sono andati per protesta) potrebbe creare un nuovo gruppo al senato, che eventualmente appoggerebbe il governo presieduto da Matteo Renzi. In questo gruppo misto potrebbero entrarci anche i civatiani poco convinti dall'ex sindaco di Firenze, SEL e gli altri espulsi da Grillo nei mesi precedenti. Ma chi è che ci perde in tutto ciò? In primis M5S, ovviamente, ma il vero perdente potrebbe risultare Angelino Alfano e il suo Nuovo Centro Destra. Nell'eventualità che si possa creare un nuovo gruppo misto che entri nella maggioranza, il peso specifico di NCD potrebbe diminuire, e dunque si troverebbe costretto o ad accettare qualsiasi proposta di legge (compresa la temibile patrimoniale) pur di restare nella maggioranza, oppure recitare la parte del figliol prodigo e tornare all'opposizione con Silvio Berlusconi. 


Una cosa è certa: sono stati smentiti tutti coloro i quali avevano criticato l'ascesa di Renzi a palazzo Chigi a discapito di Letta, sostenendo che nulla in sostanza sarebbe cambiato.
Certo, probabilmente tutto ciò che è scoppiato adesso era già in nuce da qualche settimana, ma è evidente che il cambiamento apportato da Renzi si sia fatto sentire. Eccome. 

Cosa ci prospetterà il futuro?


Federico Sconocchia Pisoni