Visualizzazione post con etichetta poletti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poletti. Mostra tutti i post

sabato 15 marzo 2014

Renzi (non) è di sinistra.

In questi giorni i media ci hanno riempito la testa di numeri. Ciò è avvenuto in seguito alla conferenza stampa tenuta mercoledì 12 marzo da Renzi; ci hanno bombardato di percentuali, riguardanti il lavoro, l’economia, la finanza. Ma in particolare, di cosa ci hanno parlato? Fondamentalmente ci hanno parlato delle rendite finanziare, dei nuovi tipi di contratti a termine, e del deficit.

Tassazione delle rendite finanziarie


Il governo Renzi, per trovare le coperture necessarie per poter mettere nelle tasche degli italiani 100 euro in più al mese, come promesso, ha deciso di alzare la percentuale di tassazione delle rendite finanziarie dal 20 al 26%. Ma tecnicamente in cosa consiste questa mossa?
Ai tempi del ministro Visco (si parla di poco meno di dieci anni fa) si era cercato di dividere le rendite finanziarie in due categorie, i redditi di capitale (ovvero i dividendi derivati dalle azioni) e i guadagni di capitale (ovvero il guadagno che si ha nella compravendita di titoli azionari, il cosiddetto capital gain).
Ma in cosa consistono i redditi di capitale? Nel Decreto del Presidente della Repubblica 917/86 vengono sostanzialmente così definiti: Il reddito di capitale è costituito dall'ammontare degli interessi, utili o altri proventi percepiti nel periodo di imposta, senza alcuna deduzione. Entrando nello specifico, consistono in interessi e altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti, gli interessi e gli altri proventi delle obbligazioni e titoli similari, degli altri titoli diversi dalle azioni e titoli similari, nonché' dei certificati di massa ecc.
Finora la tassazione era ferma al 20%, ed il governo Renzi vorrebbe alzarla al 26%, come già detto, escludendo però i BOT. Dunque per i cassettisti: state tranquilli, nessuno vi tocca niente.
Ovviamente chi è più “preoccupato” sono coloro che detengono i tipi di azioni sopra descritti, ma è per il bene del paese. Infatti tutto ciò serve per far ripartire l’economia del paese, in modo tale si alzerà la curva di domanda, che, notoriamente, viene spostata dalle famiglie a reddito medio/basso, non certo dai ricchi. Siccome parlare di patrimoniale, con Alfano al governo, è come bestemmiare in una chiesa, il metodo alternativo è solo questo.

Contratti a tempo determinato


Il ministro del Lavoro Poletti ha già chiarito la situazione. Per prima cosa, c’è da dire che è stata inserita la “acausalità”, ovvero non ci sarà più l’obbligo da parte dell’imprenditore di spiegare il perché di un licenziamento. Questo però dopo che è stato deciso che il contratto aumentasse da 12 a 36 mesi, ed è stato anche permesso di rinnovare per otto volte, a patto che non si cambi la natura del rapporto di lavoro. Questo in aperta polemica e in netto contrasto con la precedente legge approvata dal governo Monti, presentata dalla Fornero, che limitava l’acausalità al primo contratto di lavoro di massimo 12 mesi.
Inoltre l’impresa non potrà avere un numero di contratti a termine che superino il 20% dell’intero gruppo di lavoratori, a meno che non faccia un’operazione di contrattazione collettiva (in parole semplici che discuta di un contratto con i sindacati). Infine non ci sarà più l’obbligo per le aziende di assumere nuovi apprendisti dovendo tenere una percentuale di quelli che già si hanno, che prima era fissata al 30%.
Il pacchetto lavoro stilato dal ministro Poletti lascia un po’ di stucco i sindacati, che vedono lontani i tempi in cui si discuteva di contratto unico a tempo indeterminato. Di fatti lo Jobs Act renziano è più orientato per soddisfare le imprese che i lavoratori, e come sostiene la Camusso, tende a generare precarietà. Ma forse dobbiamo rassegnarci: il leader del PD ha un solo punto di riferimento fisso in mente, e si chiama Labour Party. Questa è la sua linea di pensiero per rilanciare l’economia, la sua idea di sinistra, che forse di sinistra ha ben poco.

Lo sforamento del deficit


Finalmente la mano di Padoan si fa sentire, il “neo-keynesiano”, ed un barlume di sinistra comincia ad intravedersi alla fine del tunnel. Alla base di tutto il progetto di crescita nella mente del governo, c’è la volontà di indebitarsi per rilanciare l’economia. Tutto perfetto, tutto grandioso, se non fosse che c’è un problema a monte: l’Europa non ce lo permette, e limita il tasso del deficit al 3%, che non si può sforare. Quest’anno l’Italia ha un deficit/PIL del 2,6, ed è proprio quello spazio economico dello 0,4% che il governo vuole sfruttare per ricavare denaro per rilanciare l’economia italiana. Anche di questo si parlerà nel confronto Merkel-Renzi di lunedì, e già voci critiche si levano da Berlino. Critiche che arrivano anche dalle colonne del Financial Times, che avrebbe visto di buon occhio più un aiuto alle aziende che ai lavoratori. Ma forse il Financial Times non sa cosa sono le imprese italiane, o perlomeno, la maggior parte delle imprese italiane.
Ce la faremo a dettare legge all’Europa? Li convinceremo?

#renzistaisereno, che ce la farai.



Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony







giovedì 6 marzo 2014

Aspettando Mercoledì

Matteo Renzi mercoledì prossimo (come invece ha fatto in questa settimana) non continuerà a fare il giro delle scuole, a causa di una dovuta conferenza stampa dopo la svalutazione dell’Italia da parte di Olli Rehn
Il piano per salvare l’italia dell’ex sindaco di Firenze prevedere tre punti fondamentali: lo Jobs Act (nome dall’antico sapore anglosassone), il piano casa e il piano scuola, con l’obiettivo di stanziare 2 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Fra i tre, quello più atteso e più importante è lo Jobs Act.

Jobs Act


Lo Jobs Act è il piano per far ripartire il mercato lavorativo nel nostro paese. Esso consiste fondamentalmente di tre punti.
Il primo è il sussidio universale di massimo due anni. In sostanza è una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, ma più elastico. In questo modo Renzi ha l’intenzione di togliere la cassa integrazione, che mai come in questi tempi è usata a vantaggio degli imprenditori ed a discapito dei lavoratori.
Secondo i dati raccolti da Padoan, neo ministro dell’Economia e delle Finanze, e da Poletti, neo ministro del Lavoro, la copertura finanziaria corrisponderebbe a 9, 5 miliardi di euro. Una spesa non indifferente. Il governo infatti non ha ancora chiaramente detto da dove prenderà materialmente quei soldi.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “garanzia giovani” ovvero un piano contro la disoccupazione giovanile soprattutto riguardante gli under 25. In questo caso, però, i fondi verrebbero stanziati dall’Unione Europea, e corrispondono a 1,5 miliardi di euro. 
In che modo verrà spesa questa somma?
Nella creazione di posti di lavoro, ma soprattutto nella formazione lavorativa dei giovani. Tutto ciò in realtà era progettato già durante il governo Letta, dall'allora ministro Giovannini.
Riguardo al terzo punto, Renzi è intenzionato a creare contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele progressive. Ciò significa che più si va avanti con l’età lavorativa, e più si hanno tutele. Questo, ovviamente, potrebbe andare a discapito dei giovani, che avrebbero meno tutele (non che ora ne abbiano molte di più).
Tuttavia rimane l’importanza cruciale di questo piano, che deve essere attuato il più presto. Il 41,1% di disoccupazione fra i giovani registrato qualche mese fa è allarmante, come è allarmante la svalutazione da parte dell’Europa, che ci ha sfiduciato assieme alla Croazia e alla Slovenia, non proprio due paesi modello.
Il caso Italia rimane al centro dell’attenzione, perché qualora dovesse fallire, ma già in questo momento, potrebbe creare dei seri problemi a tutta l’eurozona. D'altronde il nostro paese, checché se ne dica, rimane di importanza cruciale all'interno dell’Europa, e abbiamo un peso specifico maggiore di paesi come Grecia o Portogallo (anch'essi, come sappiamo, colpiti gravemente dalla crisi). Dunque un piano di risanamento dei conti pubblici attuato dall’Europa, con la forza con cui è stato attuato in Grecia, sarebbe il punto di arrivo di un processo che vede all'alba il fallimento di un sogno nato più di cinquant’anni fa, chiamato Europa.

Continueremo a sognare?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony