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giovedì 6 marzo 2014

Aspettando Mercoledì

Matteo Renzi mercoledì prossimo (come invece ha fatto in questa settimana) non continuerà a fare il giro delle scuole, a causa di una dovuta conferenza stampa dopo la svalutazione dell’Italia da parte di Olli Rehn
Il piano per salvare l’italia dell’ex sindaco di Firenze prevedere tre punti fondamentali: lo Jobs Act (nome dall’antico sapore anglosassone), il piano casa e il piano scuola, con l’obiettivo di stanziare 2 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Fra i tre, quello più atteso e più importante è lo Jobs Act.

Jobs Act


Lo Jobs Act è il piano per far ripartire il mercato lavorativo nel nostro paese. Esso consiste fondamentalmente di tre punti.
Il primo è il sussidio universale di massimo due anni. In sostanza è una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, ma più elastico. In questo modo Renzi ha l’intenzione di togliere la cassa integrazione, che mai come in questi tempi è usata a vantaggio degli imprenditori ed a discapito dei lavoratori.
Secondo i dati raccolti da Padoan, neo ministro dell’Economia e delle Finanze, e da Poletti, neo ministro del Lavoro, la copertura finanziaria corrisponderebbe a 9, 5 miliardi di euro. Una spesa non indifferente. Il governo infatti non ha ancora chiaramente detto da dove prenderà materialmente quei soldi.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “garanzia giovani” ovvero un piano contro la disoccupazione giovanile soprattutto riguardante gli under 25. In questo caso, però, i fondi verrebbero stanziati dall’Unione Europea, e corrispondono a 1,5 miliardi di euro. 
In che modo verrà spesa questa somma?
Nella creazione di posti di lavoro, ma soprattutto nella formazione lavorativa dei giovani. Tutto ciò in realtà era progettato già durante il governo Letta, dall'allora ministro Giovannini.
Riguardo al terzo punto, Renzi è intenzionato a creare contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele progressive. Ciò significa che più si va avanti con l’età lavorativa, e più si hanno tutele. Questo, ovviamente, potrebbe andare a discapito dei giovani, che avrebbero meno tutele (non che ora ne abbiano molte di più).
Tuttavia rimane l’importanza cruciale di questo piano, che deve essere attuato il più presto. Il 41,1% di disoccupazione fra i giovani registrato qualche mese fa è allarmante, come è allarmante la svalutazione da parte dell’Europa, che ci ha sfiduciato assieme alla Croazia e alla Slovenia, non proprio due paesi modello.
Il caso Italia rimane al centro dell’attenzione, perché qualora dovesse fallire, ma già in questo momento, potrebbe creare dei seri problemi a tutta l’eurozona. D'altronde il nostro paese, checché se ne dica, rimane di importanza cruciale all'interno dell’Europa, e abbiamo un peso specifico maggiore di paesi come Grecia o Portogallo (anch'essi, come sappiamo, colpiti gravemente dalla crisi). Dunque un piano di risanamento dei conti pubblici attuato dall’Europa, con la forza con cui è stato attuato in Grecia, sarebbe il punto di arrivo di un processo che vede all'alba il fallimento di un sogno nato più di cinquant’anni fa, chiamato Europa.

Continueremo a sognare?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony


sabato 22 febbraio 2014

Pier Carlo Padoan, il "neo-keynesiano"

Pier Carlo Padoan è stato nominato Ministro dell'Economia del Governo Renzi. La prima domanda che giornalisti, radio, cittadini (i più interessati) e web si son fatti è stata: scelto da Renzi o da Napolitano?

E via congetture varie, grillini impazziti che non vedevano l'ora di proclamare il "Napolitano III". Sì, forse (molto più di un forse visto che Renzi e Padoan non si sono neanche mai visti, dunque non si conoscono), è stato scelto da Napolitano, che ultimamente ci azzecca parecchio con i tecnici all'economia.


Però no, Padoan non è un tecnico. Ha lavorato con D'Alema, Amato, e quindi ha anche una formazione politica... e che formazione.


Ma tralasciando queste inutili congetture, che cosa ha in mente di fare il neo-ministro Padoan?



Il neo-keynesiano


John Maynard Keynes è il principe dell'economia del dopoguerra, e fermo oppositore dell'economia classica che aveva portato al disastro economico del 1929. Sostanzialmente affermava, prove alla mano, che il libero mercato non era in grado di ritrovare l'equilibrio da solo (a quanto pare tale lezione dagli anni '80 a questa parte non è stata imparata: meglio guadagnare subito, a chi importa che fra qualche anno saremo dei morti di fame? Piatto ricco mi ci ficco)


Dagli anni '60, però, le teorie keynesiane (riprese anche dal buon vecchio zio Benito) sono state abbandonate, e dopo la debacle del tatcherismo tornate di moda, con le giuste differenze.



E in tutto ciò Padoan?


Padoan, a detta di molti, è considerato un neo-keynesiano. Ma in cosa consiste questa sua "fede"? Quali sono le sue proposte?



  • Abbassare il costo del lavoro. E' qualcosa di cui tutti stanno discutendo da sempre, ma nessuno, come da buona tradizione italiana, ha mai cambiato. Un passo decisivo per rilanciare l'economia è abbattere il cuneo fiscale, ovvero la differenza fra quanto il dipendente costa all'impresa e quanto guadagna di salario netto (in parole povere, abbassare le imposte sul lavoro). 
  • Più concorrenza. Prerogativa è quella di togliere le barriere "nazionali" che impediscono la liberalizzazione (e quindi secondo un'ottica liberista e non certo keynesiana) per creare un mercato più efficiente. Come appena detto, questa sembra essere una prerogativa più liberista, thatcheriana, che keynesiana.
  • Privatizzazione del pubblico. E qui è chiaro il legame con Renzi (noto Blairiano). Padoan ha in mente di privatizzare il settore pubblico per, come esplicitato nel punto precedente, creare più concorrenza, aumentare la produttività e rendere tutti più felici (guarda se mi devo trovare d'accordo con Grillo...)
  • Patrimoniale. Sì, è favorevole ad una patrimoniale. Ma inutile dire che non verrà fatta una patrimoniale in questo governo, possiamo starne certi.

Rileggendo i punti posso trovarmi d'accordo quando si intende abbattere il cuneo fiscale, ma non basta solo quello per rilanciare un'economia malsana quale è quella nostrana. L'argomento delle liberalizzazioni è sempre stato controverso, e male gestito, ed è additato come causa principale della crisi del 2008, dunque una strada non percorribile. 

Le tesi che sono state completamente rigettate sono quelle della decrescita. Si tende sempre e comunque a creare più offerta di moneta, a dare più soldi alla gente, ad incrementare il PIL. Perché? Non è stato abbastanza chiaro che in un mondo sempre più democratico (e con questo intendo dire sempre più indirizzato ad una uguaglianza sociale mondiale) come si sta dimostrando dappertutto (Grecia, Brasile e ultimamente Ucraina), non si può più puntare alla ricchezza (che porta necessariamente ad una disuguaglianza sociale, che potrà essere in un primo momento bassa, ma che poi si amplierà sempre più)?


No, evidentemente non è chiaro.



Federico Sconocchia Pisoni