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martedì 21 giugno 2016

Io, fossi grillino, non esulterei più di tanto

Con questo post rischierò di subire attacchi frontali da parte di molti internauti. Verrò tacciato di rosicamento, di non saper fare analisi, di non accettare mai nessuna sconfitta. Ma se c'è una cosa di cui voglio andare fiero è che non ho paura di essere frainteso. Potrò sbagliare, questo è certo, ma non ho paura di essere male interpretato. Se ciò accadrà, non sarà colpa mia, io scriverò il più chiaramente possibile.

Io, fossi grillino, non esulterei più di tanto. E' vero che ormai si impongono come forza di governo, ma non c'è da far festa. Se è vero che la sinistra è da sempre propensa ad accettare le sconfitte piuttosto che le vittorie, non godendosi nemmeno quelle rare volte in cui accadono, lo stesso però dovrebbe fare in parte il M5S. Soprattutto alla luce del risultato di Roma, che mi dispiace doverlo affermare con forza, per me ha tutta l'aria di essere un semplice voto di protesta. No, che dico protesta, cambiamento. 

Cambiamento, perché i romani si erano stancati delle solite vecchie promesse delle precedenti forze politiche. Cambiamento, perché come si poteva dare ancora una volta fiducia ad un Partito che ha dimesso il suo stesso sindaco? Cambiamento, perché la situazione è disastrosa, perché è meglio a questo punto provarne una nuova. Quante persone ho sentito in questi giorni che mi hanno detto (o scritto su Facebook): io t'ho votato, mo vedi di fare bene?

Io non ci credo che Virginia Raggi sia stata scelta per il programma. Io non ci credo, perché ai romani del programma di Virginia Raggi è arrivata solo la funivia a Casalotti, i pannolini ed il baratto. E' arrivato il 'no' alle Olimpiadi e il mezzo 'no' allo stadio della Roma, cose che, checché se ne dica, non spostano l'ago della bilancia da una parte all'altra. 

Da Ottobre si sapeva che la Raggi, o chi per lei, avrebbe vinto. Era palese e chiaro, così prevedibile che il PD ha messo in campo una serie di personaggi perlopiù sconosciuti o sicuramente di poca presa. Per quanto Giachetti sia una brava persona e in mia opinione un buon politico, non potrà certo mai essere elogiato per il suo carisma. Una campagna elettorale così sottotono, con così tanti errori di comunicazione, io non l'ho mai vista. O almeno, molto raramente. 

Quindi non mi venite a dire che ha vinto la Raggi. Ha vinto il Movimento Cinque Stelle, ma solo perché le alternative erano già bruciate. Ha vinto laddove gli altri hanno fallito, e la vera resa dei conti si avrà fra cinque anni, o forse prima, quando vedremo cosa avranno saputo fare loro al governo. O meglio: quanto bene saranno stati capaci di vendere il loro operato ai cittadini italiani. 

Se si fossero presentate alternative più credibili le cose sarebbero andate molto diversamente. Non è convinzione per le idee del movimento, ma solo mera constatazione che, avendone provati tanti, tanto vale tentare pure con questi. Ed è assurdo come le menti degli altri partiti (PD in primis) non abbiano capito fin da subito questo humus, su cui si muove il M5S. Un partito che non ha sezioni, si basa sulla virtualità, emette proclami, non ha neanche una vera base giovanile organizzata. Già solo averli attaccati sul fatto che non facciano alleanze fa molto pensare, e fa il loro gioco. E' sui contenuti che bisogna, per chi vuole, vincerli. Sul click baiting che porta soldi al blog di Grillo, sulla finta democrazia partecipata fatta per pochi iscritti, anche se già di per sé l'idea della democrazia diretta per me è una boiata pazzesca e confusionaria.

Io, da cittadino romano, come potrei tifare contro il bene della mia città, la più bella del mondo? Io spero che la Raggi faccia bene, ma per una serie di motivi temo questo non accadrà. Che Dio ce la mandi buona.

@FedeScony





lunedì 6 giugno 2016

Effetto Marino? - #ElezioniRoma2016

Si è appena conclusa la prima tornata elettorale di queste amministrative 2016. A Roma è innegabile la vittoria di Virginia Raggi, esponente del Movimento Cinque Stelle, che sorprende tutti con un 35%, più di dieci punti percentuali sopra il diretto concorrente Roberto Giachetti, che si ferma al 24. 

Molti hanno interpretato la vittoria della Raggi come vittoria del voto di protesta: protesta contro la gestione della scorsa amministrazione (e relativo caso Marino, di cui parlerò più avanti) e contro il governo Renzi, e più in generale il Partito Democratico. In effetti, andando a scrutare i voti nei Municipi, sembra proprio essere così. In totale il Movimento Cinque Stelle, nei municipi, ha preso 231 mila voti, la metà rispetto a quelli registrati a livello cittadino. Il PD invece 232 mila, circa settantamila in meno rispetto a quelli per il Consiglio Comunale. Come interpretarlo?

Sembra, a tutti gli effetti, che gli elettori abbiano voluto colpire il Partito Democratico, reo di essere il partito di governo e di essere stato beccato con le mani nella marmellata nello scandalo Mafia Capitale. Nei municipi, però, gli elettori hanno più o meno premiato la precedente giunta, che in ogni caso è di centrosinistra, visto che nel 2013 il PD fece l'en plein conquistando 15 municipi su 15.

Ma sono dati inevitabilmente parziali, sia per lo spoglio ancora in corso (incredibile la lentezza nello scrutinio), sia perché siamo ancora al primo turno, e il ballottaggio - come sentiamo ripetere da tutte le parti - è un'elezione a sé. Fatto sta che il PD rispetto a tre anni fa ha perso quasi la metà dei voti, passando da un 42% al primo turno ad un 24. 

Questo dato mi fa pensare al caso Marino. Sì, perché Renzi ha spinto fortemente affinché l'esperienza Marino finisse, ma dubito fosse così stupido da non pensare che in questo modo avrebbe perso Roma. E allora come si spiega? Fermo restando che Giachetti ancora potrebbe vincere, probabilmente il Presidente del Consiglio ha voluto mettere alla prova il M5S (il famoso 'complotto per farci vincere' di Paola Taverna) per poi poterlo agevolmente battere nelle elezioni vere, quelle del 2018, contando sull'inesperienza della Raggi e sperando in grossi passi falsi della probabile amministrazione capitolina. 

Un gioco d'azzardo molto pericoloso però, che potrebbe essere stato inutile in caso di sconfitta al referendum d'ottobre sulla revisione costituzionale, ormai diventato, purtroppo, un plebiscito pro-contro Renzi. 

Stiamo a vedere cosa accadrà, ma un dato è certo: gli elettori di sinistra non hanno dimenticato il caso Marino, e, come mi disse un signore nella manifestazione dello scorso 25 ottobre in favore di Marino: "non voterò mai più PD. Lo so che è come quel signore che si taglia i coglioni per non far felice la suocera, ma cosa possiamo farci?".

Già, che possiamo farci? Speriamo che chiunque vada al governo capitolino perlomeno non crei ulteriori danni.

@FedeScony



venerdì 27 maggio 2016

Il PD a Roma ce lo ha messo in culo

@FedeScony - Le elezioni amministrative si avvicinano, ed il 5 giugno la cittadinanza romana sarà chiamata a votare il proprio sindaco per il primo turno, che farà una scrematura fra i sei maggiori candidati: Raggi, Giachetti, Meloni, Marchini, Adinolfi, Fassina. Ne rimarranno solo due, parafrasando Highlander. Il candidato PD è Roberto Giachetti, passato da radicale, presente da vice-presidente della Camera dei Deputati, e futuro ancora incerto. 

Eppure quando si parla di Roma, e di elezioni a sindaco, il pensiero vola - almeno per me - al precedente primo cittadino, Ignazio Marino. Anch'esso, per chi se lo fosse scordato, del PD. Ad Ottobre, prima della fine della sua parabola discendente, avevo scritto un post sulla vicenda Marino. Una vicenda, a mio avviso, disgustosa, che aveva mostrato le debolezze intrinseche allo stesso partito di centrosinistra. Debolezze ma anche, lasciatemi passare il termine dato che di Roma si parla, 'infamate' nei confronti dell'ex chirurgo. 

Una delle prime minacce arrivate dai 'marziani' (ovvero i seguaci del sindaco Marino) fu di non votare più il Partito Democratico, con tanto di tessere strappate e bruciate. E alle primarie del PD questo dato si è fatto rilevante, visto il significativo calo di voti. 

Eppure il PD a Roma ce lo ha messo nel culo lo stesso. Perché? Il ragionamento è semplice. L'alta intellighenzia del partito conosce bene i propri elettori, e sa che sono comunque propensi a votare il meno peggio, pur otturandosi il naso e nascondendo la vista mentre appongono la 'x'. Questo per evitare che la propria città vada in mani poco sicure, o - oserei dire - manipolate dall'alto. E inevitabilmente, per i 'marziani', per coloro che hanno sostenuto il sindaco Marino durante tutte le sue vicissitudini, il 'meno peggio' risulta essere Giachetti, che guarda un po' il caso è il candidato PD. 

Perché sinceramente fra tutti i candidati sembra essere quello più 'eleggibile', ed il più prossimo all'idea di politica che quella parte di elettorato possiede. Ma quel che più conta è che il PD, ancora una volta, ce la ha messo nel culo.

@FedeScony


lunedì 16 maggio 2016

Lettera Aperta al Movimento Cinque Stelle

Lettera aperta al Movimento Cinque Stelle.
Caro Movimento Cinque Stelle,
a fare un passo indietro non ci rimette nessuno. Mi spiego. Vi siete fatti portatori del più becero giustizialismo, quello che fu di Di Pietro e che venne portato avanti da giornalisti del calibro di Marco Travaglio. Al di là della questione in sé (e tralasciando quell'area da loggia massonica che si aggira intorno al misterioso "Staff di Beppe Grillo", che viene sempre più somigliando ad una multinazionale della politica), il discorso finisce sempre lì: giustizialisti o garantisti?
No perché mettiamoci d'accordo, ora Pizzarotti è sostato sospeso per un avviso di garanzia, ma solo ieri la candidata sindaco per Roma Capitale Virginia Raggi, parafrasando un concetto berlusconiano, affermava: "Gli avvisi di garanzia vengono usati contro di noi come manganelli".
Ora, poniamo il caso che, come ogni amministratore che si rispetti, il buon Federico Pizzarotti in realtà ne esca innocente. Questo può darsi non accada, ma può darsi anche di sì. Ebbene, in questo caso, se lui fosse rimasto fedele ai principi del partito e si fosse dimesso, avrebbe perso anni preziosi per potere cambiare la città che amministra.
E questo perché nel vostro Movimento, di contraddizioni con la Costituzione e con la forma di vita democratico-repubbicana, ce ne sono, eccome! Partendo dalla presunta e costituzionalmente errata (nonché dal mio punto di vista fallace) esaltazione della democrazia diretta, si arriva dritti dritti ad un punto cruciale della vita democratica di un paese, ovvero la divisione fra potere politico e giudiziario.
Purtroppo il nostro paese, e la nostra gente (che spesso non brilla per intelligenza politica e non riesce a distinguere e barcamenarsi nel caos politico) ha ancora in mente gli scontri nel ventennio berlusconiano. Ma il tutto è, felicemente (?), rientrato secondo i piano previsti dalla Costituzione (un caso su tutti, la bocciatura del Lodo Alfano). Ma quello che è certo è che sì, un avviso di garanzia non può significare caduta di un'amministrazione.
Il lavoro va fatto prima, cosa che nel vostro movimento non accade, non essendo possibile esserci una pre-selezione dei candidati. E no, inutile crogiolarsi né nelle disavventure altrui (altri partiti non brillano certo per trasparenza ed onestà talvolta) né nel voto del "popolo", che non ha la capacità di fare una pre-selezione di candidati, non essendo tutti giuristi o giornalisti d'inchiesta.
Insomma, caro Movimento Cinque Stelle, a cambiare non ci vuole niente, ed ad essere un po' più coerenti con la realtà e la Carta fondamentale. Ma so che in realtà un problema c'è: cadrebbe l'unica (e secondo me stupida ed inutile) "differenza" con gli altri. La gente si chiederebbe perché mai votare un partito uguale agli altri?
E allora divertitevi a combattere ed eliminare anni di lavoro nelle amministrazioni comunali per un avviso di garanzia, che probabilmente, alla fine si rivelerà una normale regola di procedura.
Con affetto,
un cretino

domenica 8 novembre 2015

"Sinistra italiana": più 'contro' che 'per'

Ci sono cascati ancora, ancora una volta. Eppure si pensava di aver superato quella stagione politica, quando nella sinistra c'era ben poco di costruttivo, e molto di distruttivo. Allora era stato creato un listone "anti-Berlusconi", e non aveva portato a grandi risultati. Oggi il nemico è Renzi, e non credo potrà portare a qualcosa di migliore.

Il vero problema non è l'iniziativa politica. Che dovesse nascere prima o poi un partito a sinistra era questione di minuti. Ciò che personalmente mi avvilisce sono le modalità. Il teatro, i protagonisti. Se davvero si vuole creare un organizzazione che sia costruttiva e portatrice di nuovi ideali e progetti, non è certo questo il metodo. Anche perché Renzi non è Berlusconi, è molto più forte e risoluto. Ma soprattutto, checché se ne dica, sta facendo riforme e cambiando radicalmente il paese (che si sia favorevoli o contrari).

Non basterà attaccarlo per vincere e governare lungamente. Servirà un progetto comune, mentre qua si prospetta un PD dei poveri, una 'Sinistra Arcobaleno' 2.0, che non poterà a nessun altro risultato se non quello di cercare di indebolire il PD renziano e aumentare i consensi nei cinque stelle e alla destra.

Ma forse è solo quello il motivo della nascita di "Sinistra Italiana". Il nuovo bluff, made in Italy. A questo punto è preferibile un movimento come "Possibile" di Civati, almeno nell'emulare movimenti stranieri ha un idea ben precisa (per quanto opinabile) che non sia un semplice "contro-Renzi".

Speriamo che i giovani interessanti a "Sinistra Italiana" riescano a scalzare i vecchi dirigenti avidi di potere e colmi di vecchie parole, e trasformare quel movimento da "contro" a "per".

Twitter: @FedeScony
Instagram: fede.scony
http://radio.uniroma3.it/programmi/radar

lunedì 14 settembre 2015

Ecco perché odiare il PD... e gli shottini

Ho trovato, solo ora, un motivo per odiare il Partito Democratico.

Mi è stato raccontato da un militante quanto segue. Luogo: festa dell'Unità a Milano. Dopo i tavoli di discussione, la sera si ballava e si bevevano alcolici. Tralasciando la tristezza che personalmente mi fa immaginare militanti che ballano e bevono in una festa di partito (ma è lecito, legittimo, e a molti effettivamente può piacere - lo dico senza malizia), ciò che mi ha irritato è legato agli alcolici. Erano stati dati nomi a tutti gli shottini (o shortini che dir si voglia): "Italicum", "Patto del Nazareno". Ma un nome mi ha irrigidito ed irritato. Si poteva bere anche il "Fassina Chi?".

Più del Jobs Act, più dell'Italicum, più de "La Buona Scuola", più di qualsiasi altra cosa che potrebbe farmi rivalutare in negativo il PD, questa mitizzazione dell'arroganza mi ha svegliato. Tardi? Sono stato uno scemo fino ad ora? Sì, può darsi. Non me ne ero accorto? Certo che me ne ero accorto, ma potevo farlo rientrare nella logica della tenzone politicense. Ma questo modo vigliacco, di prendere in giro un ex compagno di partito appena uscito, enfatizzando una frase molto poco felice del proprio segretario mi ha letteralmente indignato.

Sarà che sono troppo sensibile, o che in realtà sono ben altre le cose che dovrebbero indignarmi. Ma bere il "Fassina Chi?" mi ha... svegliato (a costo di sembrare ripetitivo). Svegliato.

P.S.: questa idea geniale è venuta in mente ai giovani del PD, i "Giovani Democratici".

Spero vivamente di essere smentito.

lunedì 31 marzo 2014

Renzi è troppo alto per essere un dittatore!

Rodota Grillo e Zagrebelsky hanno paura che Renzi possa prendere una svolta autoritaria, come provò a fare Berlusconi varie volte, sempre attraverso vie diplomatiche e legali. 
Ma Renzi non potrà mai diventare un dittatore! 
Vi spiego perché: sì, certo, le facce buffe le fa, e ha anche una buona dose di egocentrismo e superbia in sé, però molte cose in lui non vanno.
Anzitutto è troppo alto. Da quello che ho letto è alto all'incirca 1.85, mentre Mussolini e Berlusconi non arrivavano al metro e settanta. Hitler arrivava al metro e settantré mentre ritengo inutile ricordare l'altezza di Napoleone.
Chi invece è più basso del metro e settanta (una sorta di "soglia di sbarramento" per avere i requisiti fisici per essere dittatore) è proprio lui, l'immenso Beppe Grillo, che ha già svelato le sue intenzioni manifestando la volontà di una "dittatura sobria". 
Ok, con questo articolo ho fatto un assist clamoroso a tutti coloro che avvicinano Grillo ad Hitler. Contattatemi in privato che vi scrivo l'IBAN. 
Insomma, non parlate a vanvera, Renzi non può essere dittatore, facciamocene una ragione!

venerdì 21 marzo 2014

Il treno Renzi

Il treno delle riforme del governo Renzi va spedito, e non si ferma più (neanche per pisciare citando De Gregori). Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, riguardo la riforma del lavoro. Un passo avanti, che smentisce tutti coloro che vedono in Renzi il solito politico vecchia maniera, che promette tanto ma non conclude niente. Sembrerebbe dunque ormai avviato il progetto di cambiamento voluto dall’ex sindaco di Firenze, e sembra davvero non avere ostacoli. Di qualche giorno fa è infatti la notizia dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni a Silvio Berlusconi confermata dalla cassazione. Questo vuol dire una cosa sola, ma molto importante: probabilmente per i prossimi due anni non si andrà a votare. Gli ultimi sondaggi sono significativi: senza il nome di Berlusconi sul logo, Forza Italia rischia si scendere addirittura sotto il 20%. Per questo motivo i forzisti si sono subito messi all’opera per convincere qualche figlio dell’ex cavaliere a candidarsi elle europee. La conseguenza politicamente più importante in tutto ciò è che Renzi ha la strada completamente spianata, e gli ostacoli dell’opposizione via via saranno sempre di meno. Non conviene a nessuno andare alle elezioni adesso, se non al Movimento Cinque Stelle, che però comincia ad avere sempre meno peso nelle aule del parlamento (non che prima ne avesse avuto molto di più). Nei sondaggi invece i pentastellati crescono di qualche punto percentuale, ma il PD (da tempo confluito nel PSE di Martin Schulz) rimane sempre il primo partito in vista delle elezioni europee. Come già detto Forza Italia è in netto calo, ma nelle intenzioni di voto per le politiche, sondate da Ixè per Agorà, il centrodestra ancora se la batte con il centrosinistra. Già in precedenza l’opposizione di Forza Italia era stata un’opposizione piuttosto blanda, a maggior ragione ora che andare alle elezioni è tassativamente proibito, i parlamentari Forza Italia porranno sempre minore resistenza. Renzi in questo modo può velocemente procedere in primis con l’abolizione del Senato, e poi con le altre riforme. Nel caos generale, lo scenario che improbabilmente potrebbe delinearsi è quello di un’uscita di Alfano dalla maggioranza, che potrebbe avere paradossalmente una voglia improvvisa di elezioni per racimolare i voti persi da Forza Italia. Se non ora quando? Nei social invece cresce la popolarità di Matteo Renzi, che riceve sempre più “mi piace” su Facebook e sempre più follower su Twitter. Non quanti ne ha Grillo, che però da più tempo vegeta su internet, e di internet vive. Grillo che però sembra avere sempre meno seguito in rete, ed è molto grave per qualcuno che, come già detto, deve la sua popolarità quasi tutta alla rete ultimamente.

Chi di internet ferisce, di internet perisce, verrebbe da dire.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

martedì 11 marzo 2014

L'insostenibile leggerezza dell'accordo sull'Italicum. Il PD sfida il PD.

E’ sempre più sottile il filo che collega Forza Italia ed il Partito Democratico sulla legge elettorale. Di fatti oggi sulla votazione per le preferenze (emendamento La Russa) sui 360 potenziali “no”, ce ne sono stati soltanto 299, dunque 61 in meno fra persone assenti e “franchi tiratori”.
Dunque la situazione diventa sempre più rischiosa, se Forza Italia e PD fino a qualche settimana fa sembravano certi del buon esito della legge elettorale, ora sono un po’ più preoccupati. Più preoccupato fra i due partiti è il PD, che si è sempre vantato di essere un partito con tanta, forse troppa, democrazia interna, ma che in questi giorni sembra stare perdendo questa buona tradizione. Un PD che spesso nella sua storia ha visto al proprio interno franchi tiratori (basti ricordare le ultime votazioni per il presidente della Repubblica, il famoso “caso Prodi”), e continua a vederne, come in un incubo senza fine.
In questi giorni infatti il PD è più fragile che mai dalla caduta del governo Prodi nel 2008. Sempre riguardo la legge elettorale, in particolare sulla parità di genere, ci sono stati altri contrasti all’interno del partito, tant'è che Renzi ha chiesto di fare un uso minore del voto segreto. Si vocifera che ci sia stato un significativo faccia a faccia fra Rosy Bindi e Matteo Renzi, con una Bindi perlomeno stizzita dal comportamento del proprio segretario. Cresce la paura nell’ex sindaco di vedere sfumare l’accordo sulla legge elettorale, tanto demonizzata dal parlamento, ma che segnerebbe il primo passo del governo Renzi, il primo passo importante.
Premier che ha chiarito subito “Chi non vota la legge elettorale, lo vada a spiegare al paese”, come se ciò costituisse davvero una minaccia per i parlamentari.
Il segretario dei democratici si è però detto favorevole all’alternanza di genere nelle liste del PD, scrivendo su Facebook che sempre nella sua carriera ha dimostrato di voler mantenere la parità di genere (non ultima la squadra di governo, composta da otto ministri uomini ed otto donne).
Anche riguardo le soglie di sbarramento sono venuti a mancare 101 voti potenziali. Centouno, come i già citati franchi tiratori di Romano Prodi. Coincidenze che tornano. E per soli trentacinque voti non è stato promosso l’emendamento sulle preferenze, mal viste da Silvio Berlusconi. Come già accaduto nella storia della sinistra italiana, bisogna più guardarsi dagli amici che dai nemici.
Riguardo questa considerazione non può non venire in mente Pippo Civati, secondo fra gli sconfitti nella corsa elettorale alla segreteria del partito. Civati teme che con l’accordo con Silvio Berlusconi il PD possa scomparire. Di fatti il PD sta votando contro il suo stesso programma, aggiunge, ed è esterrefatto dalla situazione che si è creata intorno al conflitto d’interesse. E’ di poco fa la notizia per cui la Moretti ha dichiarato “Ci hanno fatto votare contro il conflitto di interessi”. Inutile ricordare quante battaglie il PD, o quel che c’era prima, ha fatto per il conflitto di interessi. Anche Di Battista sembra scongiurare il PD, con parole che sembrano meno cruente del solito ma più supplichevoli, di uccidere una volta per tutte politicamente Silvio Berlusconi, preghiera che non sembra essere ascoltata dai democratici fedeli al neo-premier.


Insomma, PD o non PD? Questo è il solito dilemma. 

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

sabato 8 marzo 2014

Che cosa ha fatto il Governo Letta

Come tutti noi sappiamo, prima di Matteo Renzi, ma forse in realtà pochi se lo ricordano, c’è stato un governo presieduto da Enrico Letta, e nato per volontà presidenziale (ma soprattutto per necessità economiche) con a sostegno un’ampia maggioranza, che comprendeva PDL, Scelta Civica e PD. Tale governo, forse pochi se lo ricordano, ha superato anche le traversie causate dagli umori di Berlusconi, che vedendo avvicinarsi la galera, più volte ha minacciato di togliere la fiducia al nipote di un proprio esponente, forse il più noto in famiglia, Gianni Letta. Alla fine Berlusconi è riuscito a sfiduciare un governo presieduto da un uomo di sinistra (se così si può definire), pur dovendo subire la scissione del proprio partito, che ha visto la nascita, ovvero il ritorno, di Forza Italia (e la conseguente nascita di un nuovo partito a guida Alfano, il Nuovo Centro Destra).
Ma il governo Letta, concretamente, che cosa ha fatto? Belpietro qualche tempo fa ha detto che Letta è “uno che accarezza i problemi, senza risolverli”, mentre Scalfaro, fondatore della testata “La Repubblica”, ha affermato che i risultati dell’azione di governo di Letta si stavano vedendo proprio in queste settimane (ad esempio il +0,1% di crescita PIL), e per questo motivo Renzi ha voluto premere l’acceleratore, per evitare che il suo “rivale” avesse successo.
Passiamo in rassegna le cose cha fatto il governo Letta. La prima cosa che viene in mente è l’abolizione della prima rata dell’IMU (con conseguenti nuove tasse minacciate e poi tolte, rinominate poi stravolte), che costituiva una sorta di “patto di governo” con la componente di centro-destra (forse più che di patto di governo si dovrebbe parlare di minaccia di governo). La storia dell’IMU è una storia travagliata, sofferta, più volte messa al centro dell’attenzione, soprattutto da chi non capiva come e soprattutto cosa pagare, con mille nomi e la stessa faccia (TARI, TASI, TARES, TRISE, TUC e IUC). Alla fine la situazione si è più o meno risolta, aumentando l’IVA di un punto percentuale, con buona pace per noi, e con il pagamento della cosiddetta “mini-IMU” ovvero l’imposta residuale che solo i proprietari delle prime case dovevano pagare se risiedevano in uno dei municipi italiani che avevano previsto un’aliquota più alta di quella fissata dallo Stato.
Il governo Letta passerà alla storia (locuzione forse impropria ma decisamente d’impatto) anche per il “decreto del fare”, approvato ad Agosto, che tra le varie cose, prevedeva: fondi per le infrastrutture pari a tre miliardi di euro; finanziamenti a tasso agevolato per le imprese che comprano nuovi macchinari;  taglio delle bollette energetiche; impignorabilità della casa e rateizzazione agevolata dei debiti; risarcimento danni causati dalla lentezza burocratica ai cittadini; revisione della giustizia civile;  tremila assunzioni nel campo universitario e più in generale scolastico; wi-fi gratuito.
Inoltre durante il governo Letta furono sbloccati i debiti della pubblica amministrazione, ovvero 40 miliardi da versare fra il 2013 e il 2014. Assolutamente una nota di merito, se non fosse che tale legge era già stata formulata ed indirizzata dal precedente governo Monti.
Infine, come non ricordare gli scandali che hanno colpito la diciassettesima legislatura, dalle dimissioni del ministro Josefa Idem ministro per le pari opportunità, lo sport e le politiche giovanili, per una presunta evasione dell’IMU (pare dormisse in palestra), allo scandalo Shalabayeva, per cui fu chiesta la sfiducia al ministro dell’Interno Alfano (che puntualmente è stato confermato dall’esecutivo Renzi), passando per lo scandalo De Girolamo, infine come non ricordare il dibattito sugli F35
Tuttavia, oggi che è il giorno della feste delle donne, occorre dire che sotto il Governo Letta sono state accentuate le pene a chi fosse accusato di reato di femminicidio; inoltre fu istituito l’Unità Grande Pompei, per la tutela del sito archeologico.
Il dubbio, in via definitiva, rimane: Renzi opportunista o Renzi innovatore? Letta è stato davvero uno che “accarezzava i problemi” o ha cercato di fare qualcosa di serio?

Ai posteri l’ardua sentenza.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony



sabato 1 marzo 2014

Quando il sogno si trasforma in incubo. Ascesa e declino del Movimento Cinque Stelle.

Lunedì 25 Febbraio 2013: il Movimento Cinque Stelle contro ogni aspettativa, prende 8 797 902 voti (che corrisposero al 25,9 %) alle elezioni, attestandosi come terzo partito (pardon, movimento), italiano, sbaragliando la concorrenza di vecchie glorie (Di Pietro, Fini -che non sono neanche entrati in parlamento-e Casini) e superando nettamente nuovi presunti protagonisti della scena politica italiana (Oscar Giannino, Antonio Ingroia).
Quasi nove milioni di Italiani si affidano nelle mani di Beppe Grillo. Immediatamente si inizia al grido di "tutti a casa", negando qualsiasi accordo con qualsiasi partito, obbligando Bersani a dimettersi dall'incarico di formare un nuovo governo. Il governo alla fine nascerà, e sarà quello di Letta, che sopravviverà anche alla scissione del PdL.
In questi mesi molte cose avrebbe potuto fare il Movimento Cinque Stelle, e molte ne ha fatte. In primis, mi preme ricordarlo, i proprio parlamentari si sono diminuiti lo stipendio -e di parecchio- a favore delle piccole imprese (creando un conto apposito per le PMI). Inoltre c'è da dire che hanno rinunciato anche ai rimborsi elettorali (onore a loro solo per la coerenza, a mio parere i rimborsi elettorali sono la linfa di una democrazia, se concessi nella giusta maniera)
Ma forse le cose più importanti non le ha fatte, né le potrà fare (o meglio, vorrà fare). Durante questi mesi si sono arroccati nelle loro posizioni, evitando di fare accordi anche su riforme che rientravano nei loro interessi, a partire dalla legge elettorale.
La cosa che più ha colpito l'opinione pubblica, e potrebbe essere la rovina del Movimento, è la scarsa dose di democrazia interna. Emblematica è la vicenda dei parlamentari espulsi per aver osato dire qualcosa in merito all'incontro streaming Renzi-Grillo (prese di posizione anche piuttosto leggere). Costoro sono stati giudicati come cospiratori interni al partito, serpi in seno e via dicendo.
E' stato detto di essere sempre stati contro le decisioni del Movimento. Ma se così fosse stato, perché uno dei quattro (Orellana) fu addirittura presentato alle elezioni per la presidenza del senato?


Nuovi scenari nella maggioranza



La fuoriuscita di questi quattro senatori (più altri sei che se ne sono andati per protesta) potrebbe creare un nuovo gruppo al senato, che eventualmente appoggerebbe il governo presieduto da Matteo Renzi. In questo gruppo misto potrebbero entrarci anche i civatiani poco convinti dall'ex sindaco di Firenze, SEL e gli altri espulsi da Grillo nei mesi precedenti. Ma chi è che ci perde in tutto ciò? In primis M5S, ovviamente, ma il vero perdente potrebbe risultare Angelino Alfano e il suo Nuovo Centro Destra. Nell'eventualità che si possa creare un nuovo gruppo misto che entri nella maggioranza, il peso specifico di NCD potrebbe diminuire, e dunque si troverebbe costretto o ad accettare qualsiasi proposta di legge (compresa la temibile patrimoniale) pur di restare nella maggioranza, oppure recitare la parte del figliol prodigo e tornare all'opposizione con Silvio Berlusconi. 


Una cosa è certa: sono stati smentiti tutti coloro i quali avevano criticato l'ascesa di Renzi a palazzo Chigi a discapito di Letta, sostenendo che nulla in sostanza sarebbe cambiato.
Certo, probabilmente tutto ciò che è scoppiato adesso era già in nuce da qualche settimana, ma è evidente che il cambiamento apportato da Renzi si sia fatto sentire. Eccome. 

Cosa ci prospetterà il futuro?


Federico Sconocchia Pisoni

venerdì 28 febbraio 2014

Verso le elezioni Europee

Come tutti noi sappiamo fra poco più di 100 giorni saremo chiamati a votare per l'elezione del parlamento Europeo. Fra le varie liste che potremo votare, su due vorrei soffermarmi oggi: quelle di sinistra.
Da un lato c'è il PSE (partito socialista europeo) guidato da Martin Schulz (ai più noto come il "kapo" protagonista di un poco simpatico siparietto sempre al parlamento europeo con Berlusconi - da ieri ufficialmente appoggiato dal PD), e dall'altra parte c'è la Lista Tsipras, guidata da, appunto, il leader di Syriza, la forza della sinistra radicale greca, l'unica che sta cercando, e in qualche modo riuscendo, a limitare l'avanzata dei nazisti di Alba Dorata.

Ieri sono stato a Piazza di Pietra, per un flash mob organizzato dalle socialiste europee. A destra potete vedere le foto della giornata di ieri.


Martin Schulz


E' attualmente il presidente del Parlamento Europeo, ed in precedenza aveva rivestito la carica di presidente del gruppo parlamentare dei progressisti.
A 32 anni diventa sindaco, e a 36 anni fu eletto membro del consiglio nazionale del partito. Otto anni dopo entro nel direttivo nazionale del SPD. Poi sempre nel 1999 (cinque anni dopo essere stato eletto deputato europeo) diviene capolista dell'SPD nelle elezioni europee (una carriera veloce, simile a quella di qualcuno che noi già conosciamo).


Alexis Tsipras


Se ho osato avvicinare Schulz a Matteo Renzi, be' c'è da dire che a maggior ragione dovrei avvicinare Renzi a Tsipras. Anzi, le somiglianze con il greco sono molto più numerose rispetto a quelle con il tedesco.
Tsipras si laurea in ingegneria, ma già da adolescente si schiera nelle fila dei Giovani Comunisti Ellenici, per poi entrare a far parte del Synaspismos, dove nel 2004 viene eletto nel Comitato Politico Centrale, a 30 anni.
Nel 2008 diventa presidente del partito, e nel 2009 si presenta con Syriza, prendendo il 4, 6% di preferenze, entrando nel Parlamento Greco.
Dopo aver preso il 16% dei voti alle elezioni del 2012, ed avendo dovuto rinunciare all'incarico di formare un nuovo governo a causa della frammentazione del parlamento greco, alle elezioni del giugno 2012 riceve il 26% dei voti, arrivando secondo. Una scalata elettorale quasi senza precedenti.
A Madrid, nel consiglio della sinistra europea, viene scelto come candidato per le Europee per la sinistra con l'84% dei voti.

Quali sono però le differenze tra i due candidati? Perché, se sono entrambi di sinistra, si candidano in schieramenti diversi (non una novità per la sinistra europea)?
Fondamentalmente le idee sono le stesse, di fondo (e ci mancherebbe altro). Entrambi si sono schierati contro l'austerity, ed entrambi non hanno interesse a distruggere l'euro e l'eurozona, bensì vogliono riformare l'Europa in quanto tale. 
Su internet ho però trovato difficoltà a trovare il programma del PSE, come ovvio che sia, visto che fino al primo Marzo sono a Roma per decidere sul da farsi. Su internet invece è presente il programma della lista Tsipras, che in breve si concentra su una totale riformulazione dell'Europa, della BCE, in modo che presti i soldi agli stati, e non alle banche; contro la morsa nociva dell'austerity, che ha portato ai risultati che abbiamo sotto gli occhi; frenare la speculazione degli intermediari finanziari (riproponendo una legge statunitense del 1929, promulgata dopo la grande crisi); Tsipras chiede inoltre che le "locomotive" dell'Europa si interessino ed aiutino i paesi più in difficoltà, perché andando avanti in questa prospettiva, l'Europa non può che crollare su se stessa. 
Insomma, un programma da sinistra, vero. Un programma che vede le decisioni politiche come protagoniste, non come è successo fino ad ora, dove l'economia l'ha fatta da padrona. Tsipras aggiunge che non bisogna aspettare che la crescita riprenda da sé, ma bisogna invece creare una grande piano di lavoro europeo, atto a ristabilire livelli di piena occupazione nel vecchio continente.

Schulz, come già detto, non ha ancora un programma definito da analizzare, ma, per concludere questo articolo, voglio ricordare che il suo SPD è entrato pochissimi mesi fa nel governo di coalizione con Angela Merkel, e le reazioni si sono già fatte sentire. Schulz ha affermato che non è disposto a criticare la politica della Merkel tout court, per principio. Un'affermazione che potrebbe volgergli contro.

Un fatto balza agli occhi: anche in momenti di forte crisi, la sinistra si divide. Sempre. Che sia fisiologico?

Federico Sconocchia Pisoni





Ombrelli Rossi per il Flash Mob delle socialiste a Piazza di Pietra © Federico Sconocchia Pisoni


lunedì 24 febbraio 2014

Twitter Renzi. Renzi attraverso i tweet.

Che Renzi sia giovane, è fuor di dubbio. E che usi twitter, oltre che essere un segno distintivo anche della sua generazione, non è una novità. Dunque ho deciso di analizzare questi scarsi dieci giorni che hanno segnato l'ascesa del giovane ex-sindaco di Firenze attraverso i suoi tweet.


Questo è il tweet che Matteo Renzi ha lanciato in rete dopo il voto della direzione PD che ha costretto alle dimissioni Enrico Letta. Per gli amanti del passato, questo tweet non può che ricordare le parole di D'Alema, "un paese normale", il D'Alema tanto disprezzato da Renzi, nella prima fase "rottamatrice".
D'Alema nel 1995 scrisse un libro (assieme a Gianni Cuperlo) in cui descriveva il suo anno da segretario del PdS, che a suo modo era anche un manifesto, un manifesto della sinistra un po' atipico. Di fatti le parole chiave erano "tranquillità" "sicurezza" "normalità" "stabilità", un gergo non molto familiare alla sinistra pre-1989 (e che, possiamo affermarlo con tranquillità, non sarebbe piaciuto a chi la sinistra l'ha inventata, Karl Marx).
D'Alema si scagliava in quel periodo contro il "nuovismo" a tutti i costi, auspicando un'Italia, appunto, normale, affermando che "Il vero cambiamento e' quello che ha radici, e un legame, con il passato".

Renzi, almeno a parole, rappresenta totalmente il contrario, e in quel tweet esprime tutta la sua vena innovatrice. Almeno nell'uso dell'hashtag.


Questo è il famoso tweet dopo l'altrettanto famoso quarto d'ora di intenso dialogo fra Renzi e Grillo, durante le consultazioni. Dell'avvenimento ne ho già parlato qui, ma, come mi sono ripromesso. oggi intendo analizzare il tweet in sé. 
E' uno dei tweet più politici mai scritti da Renzi, che, senza mezzi termini, punta all'elettorato deluso dai cinque stelle. Ma d'altronde non era una novità, e Grillo gli ha forse servito, con quell'appuntamento streaming, l'assist del secolo. 
Li considera amici i "nemici", una mossa per lui usuale. Spesso ha difeso la sua politica di cercare di prendere i voti degli avversari (come si dovrebbe fare in politica, del resto), andando severamente contro chi la pensasse in maniera differente, andando contro la "superbia" della sinistra.
Infine, da considerare è l'ultima frase "vi prometto che cambieremo l'Italia, anche per voi". Nulla di nuovo, ma in queste poche parole è insita tutta la supponenza (genuina? Non genuina?) del leader toscano, che è certo, come sono certi i suoi conterranei, di poter fare un ottimo lavoro in questa sua esperienza romana.
Ai posteri l'ardua sentenza.


Eccolo qui il primo tweet da premier (ancora in cerca della fiducia). Una sorta di ringraziamento a chi gli è stato sempre vicino. Renzi non nasconde la difficoltà del compito, ma allo stesso tempo è sicuro di potercela fare, come? Come nel primo tweet, con la semplicità. Non mi ci sono soffermato abbastanza prima, ma questo è il termine che più può contraddistinguere l'operato renziano. Spesso lo abbiamo sentito parlare di semplicità: semplificare la burocrazia, semplificare il dibattito politico, e via discorrendo. 
C'è anche una buona iniezione di fiducia, "ce la faremo" dice, e perché? Perché siamo l'Italia, semplicemente (verrebbe da dire). 
Il tweet in sé è di una semplicità e banalità quasi mostruosa, un tweet che riesce a far capire, non dicendo nulla di "politico", che lui le idee ce le ha chiare, sa come cambiare il paese e lo farà. Uno dei punti di forza di Matteo Renzi, la comunicazione.














Non c'è molto da aggiungere a questo tweet. Per l'ennesima volta ricorre il termine "semplice" nella forma avverbiale. Non me la sento di dire che è un modo per puntare al cuore della gente, scosso ancora dalla vicende dei due marò. E' la prima volta da premier che introduce uno dei punti del suo governo: liberare i marò. Facendo, semplicemente, di tutto. Ma servirà fare soltanto "semplicemente" di tutto? Forse le cose sono un po' più complicate di come appaiono.




L'ultimo tweet che andrò ad analizzare è questo, in cui Renzi ci dice che sta lavorando con il suo amico Delrio ai dossier (chissà quali poi). Questa volta non c'è spazio per la semplicità, ma soltanto con metodo, come se tutti i politici arrivati fino ad ora (da vent'anni a questa a parte, almeno) avessero sbagliato soltanto perché avevano sbagliato il metodo. Una visione verrebbe da dire Comtiana, positivista. Se si azzecca il metodo, si risolvono i problemi, la questione è tutta lì. 
"Concretezza da sindaci". Finalmente esplicita il perché della sua supponenza, e spiega la "semplicità" che aveva contraddistinto i suoi tweet precedenti. Secondo un semplice sillogismo, i sindaci stanno vicino alla gente e riescono a risolvere i problemi, io sono sindaco (come Delrio), io risolvo i problemi. Sì, questo può essere giusto, ma io che abito a Roma vedo che i sindaci (almeno quelli delle grandi città) difficilmente riescono a risolvere i problemi. Ma non perché non ne abbiano voglia (spesso è stato così), ma semplicemente, perché la realtà è più complessa di quanto la si voglia vedere.
E allora, caro Renzi, basta "annunci spot", e al lavoro. Con metodo, semplicità e concretezza da sindaci.

E che Dio ce la mandi buona.


Federico Sconocchia Pisoni

sabato 22 febbraio 2014

Pier Carlo Padoan, il "neo-keynesiano"

Pier Carlo Padoan è stato nominato Ministro dell'Economia del Governo Renzi. La prima domanda che giornalisti, radio, cittadini (i più interessati) e web si son fatti è stata: scelto da Renzi o da Napolitano?

E via congetture varie, grillini impazziti che non vedevano l'ora di proclamare il "Napolitano III". Sì, forse (molto più di un forse visto che Renzi e Padoan non si sono neanche mai visti, dunque non si conoscono), è stato scelto da Napolitano, che ultimamente ci azzecca parecchio con i tecnici all'economia.


Però no, Padoan non è un tecnico. Ha lavorato con D'Alema, Amato, e quindi ha anche una formazione politica... e che formazione.


Ma tralasciando queste inutili congetture, che cosa ha in mente di fare il neo-ministro Padoan?



Il neo-keynesiano


John Maynard Keynes è il principe dell'economia del dopoguerra, e fermo oppositore dell'economia classica che aveva portato al disastro economico del 1929. Sostanzialmente affermava, prove alla mano, che il libero mercato non era in grado di ritrovare l'equilibrio da solo (a quanto pare tale lezione dagli anni '80 a questa parte non è stata imparata: meglio guadagnare subito, a chi importa che fra qualche anno saremo dei morti di fame? Piatto ricco mi ci ficco)


Dagli anni '60, però, le teorie keynesiane (riprese anche dal buon vecchio zio Benito) sono state abbandonate, e dopo la debacle del tatcherismo tornate di moda, con le giuste differenze.



E in tutto ciò Padoan?


Padoan, a detta di molti, è considerato un neo-keynesiano. Ma in cosa consiste questa sua "fede"? Quali sono le sue proposte?



  • Abbassare il costo del lavoro. E' qualcosa di cui tutti stanno discutendo da sempre, ma nessuno, come da buona tradizione italiana, ha mai cambiato. Un passo decisivo per rilanciare l'economia è abbattere il cuneo fiscale, ovvero la differenza fra quanto il dipendente costa all'impresa e quanto guadagna di salario netto (in parole povere, abbassare le imposte sul lavoro). 
  • Più concorrenza. Prerogativa è quella di togliere le barriere "nazionali" che impediscono la liberalizzazione (e quindi secondo un'ottica liberista e non certo keynesiana) per creare un mercato più efficiente. Come appena detto, questa sembra essere una prerogativa più liberista, thatcheriana, che keynesiana.
  • Privatizzazione del pubblico. E qui è chiaro il legame con Renzi (noto Blairiano). Padoan ha in mente di privatizzare il settore pubblico per, come esplicitato nel punto precedente, creare più concorrenza, aumentare la produttività e rendere tutti più felici (guarda se mi devo trovare d'accordo con Grillo...)
  • Patrimoniale. Sì, è favorevole ad una patrimoniale. Ma inutile dire che non verrà fatta una patrimoniale in questo governo, possiamo starne certi.

Rileggendo i punti posso trovarmi d'accordo quando si intende abbattere il cuneo fiscale, ma non basta solo quello per rilanciare un'economia malsana quale è quella nostrana. L'argomento delle liberalizzazioni è sempre stato controverso, e male gestito, ed è additato come causa principale della crisi del 2008, dunque una strada non percorribile. 

Le tesi che sono state completamente rigettate sono quelle della decrescita. Si tende sempre e comunque a creare più offerta di moneta, a dare più soldi alla gente, ad incrementare il PIL. Perché? Non è stato abbastanza chiaro che in un mondo sempre più democratico (e con questo intendo dire sempre più indirizzato ad una uguaglianza sociale mondiale) come si sta dimostrando dappertutto (Grecia, Brasile e ultimamente Ucraina), non si può più puntare alla ricchezza (che porta necessariamente ad una disuguaglianza sociale, che potrà essere in un primo momento bassa, ma che poi si amplierà sempre più)?


No, evidentemente non è chiaro.



Federico Sconocchia Pisoni

venerdì 21 febbraio 2014

Finanziamento pubblico ai partiti: quando in Italia si considera solo l'eccezione

Non ci sarà più il finanziamento pubblico ai partiti. Dopo circa vent'anni il volere del popolo è stato esaudito.
Aspettate però, in realtà ci sono ancora tre anni per spendere e spandere. Che si sbrigassero!

A parte le battute, la legge che vieta il finanziamento pubblico ai partiti è stata varata. Quindi i grillini hanno ottenuto quello che volevano, finalmente!

No, i grillini in realtà hanno protestato. Tanto per cambiare. Si lamentano perché questa legge verrà messa in atto nel 2017. Giustamente, aggiungo io. Se bisogna fare una legge, che si faccia per bene.

Ma riguardo tutta questa faccenda, sono molto più che scettico. Sono scettico perché in questo paese vengono sempre prese come norma le eccezioni, quando invece sono, appunto, eccezioni. In nessun paese civile del mondo è stato abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Come non è stato mai abolito il finanziamento pubblico ai giornali, cosa che ancora, per fortuna, in Italia non è successa.

Cosa succede all'estero.


Francia


In Francia il finanziamento pubblico ai partiti è diviso in due tranche. Nella prima tranche il finanziamento viene attribuito ad ogni formazione che abbia presentato dei candidati che abbiano ottenuto almeno l'1% dei voti in almeno 50 circoscrizioni.
Nella seconda tranche è proporzionale al numero di parlamentari che si dichiarano iscritti a ciascun partito.


Germania


Viene stabilito a monte un tetto massimo complessivo, ed a ogni partito vanno 70 centesimi per voto conquistato alle elezioni.

Gran Bretagna


Anche in Gran Bretagna, checché se ne dica, c'è una sorta di finanziamento pubblico ai partiti, un tetto massimo destinato ai partiti che sono all'opposizione, a seconda del loro peso politico.

USA


Negli Stati Uniti, come è ben noto, sono i privati che danno il maggiore contributo ai politici. Questo sistema ha portato a crescenti lamentele nel paese, perché vedrebbe i politici schiavi delle lobby che li finanziano. Sarà contento Beppe Grillo. 
Detto ciò c'è anche un piccolo finanziamento pubblico, durante la campagna elettorale.


Ora, è ovvio che i partiti abbiano esagerato negli anni, e le recenti inchieste non fanno altro che provarlo. Sono pienamente d'accordo con SEL quando dice che è stata persa un'occasione per riformulare la legge in materia.  

Di fatti, in un paese intelligente, si sarebbe reagito in un modo intelligente a questi scandali.

Ma questo forse, non è un paese intelligente. 


Federico Sconocchia Pisoni

giovedì 20 febbraio 2014

Gli idealisti Don Civati e Sancho Grillo

Renzi, dopo il grandissimo incontro con Grillo ieri, e il vertice di maggioranza con NCD, Centro democratico, Scelta civica ed altri cinque gruppi, si appresta ad essere incaricato premier. Ma subito arriva il freno di Civati: noi la fiducia non te la votiamo. La chiameranno la rivolta dei 16.

Subito le testate giornalistiche (che già da tempo proponevano questa notizia, e a dire la verità non hanno neanche dato troppa importanza all'avvenimento): il PD si spacca. 


Davvero?!


Civati, colto da una clamorosa quanto poco inaspettata mania di protagonismo, memore delle grandi gesta di Bertinotti, Mastella e tanti altri, ha deciso che probabilmente uscirà dal PD, pur di non votare la fiducia ad un possibile governo Renzi. 


L'argomentazione, da Repubblica.it, è che:



"Si tratta di un governo politico a tutti gli effetti e con la stessa maggioranza di prima, che non rispetta il mandato elettorale".

Tutte parole assolutamente sagge. Renzi è incoerente, non è passato dal voto popolare (cosa che, torno a ripetere, non ha niente di illegale), ed effettivamente sembra un po' inutile cambiare Renzi con Letta senza cambiare le persone che lo sostengono (ovvero, l'unico scopo è che Renzi lo seguono, Letta non lo segue nessuno. Citando quella mente geniale di Belpietro: "Letta accarezza i problemi, non li risolve").


E poi sì, Civati, hai ragione a dire che è un governo politico e non di larghe intese, è vero. Ma pongo a te la stessa domanda che porrei ad un cittadino cinque stelle: perché?


Io mi chiedo perché dovete mettere i bastoni fra le ruote ad una bicicletta rotta?


E' inutile fare i protagonisti, i rivoluzionari di palazzo, in questo momento, perché che vi piaccia o meno, Renzi questo governo lo fa. E allora bisognava creare un'alleanza forte, che facesse riforme per questo paese, e che le facesse più di sinistra possibile.


Io capisco il loro ragionamento, di Civati, dei cinque stelle, che sostanzialmente afferma che per cambiare il paese, a questo punto, bisogna cambiare tutto. Bisogna eliminare completamente il vecchio.


Giusto, sono d'accordo con voi. Vi stringo virtualmente la mano. Ma, ora come ora, non bisognerebbe sbrigarsi per fare andare avanti questo paese? 


Voglio dire, io faccio i miei complimenti al M5S, che ha devoluto parte degli stipendi dei deputati e senatori per le piccole imprese, ma qui bisogna fare qualcosa di più. E non sono io a dirlo, ma non ci sarebbe neanche il bisogno di dirlo. Ha ragione Renzi quando dice che coloro che avevano votato il M5S si aspettavano di più da loro. E' vero, hanno avuto l'occasione enorme di fare riforme per questo paese, e allo stesso tempo di smascherare le ipocrisie della politica. Ma non l'hanno fatto. Perché?


Comodo stare all'opposizione?


Grillo mi da come l'impressione che cerchi di perdere più voti possibili. Sento ripeterlo che la gente non deve votarlo se non la pensa come lui. 


E se non lo fa per perdere voti peggio, lo fa perché effettivamente non gliene frega niente di migliorare le condizioni di vita di questo paese.




Federico Sconocchia Pisoni

martedì 18 febbraio 2014

Perché Renzi (non) è Berlusconi

Le analogie ricorrono. 

Roberta Lombardi, deputata alla Camera per il Movimento Cinque Stelle, intervistata da Piazza Pulita mentre con il suo movimento protestava per l'incarico di governo affidato a Renzi, si è detta preoccupata per la piega che sta prendendo la situazione.

Infatti, continua, egli si pone come il "ghe pensi mi", il salvatore della patria. 

Concordando con la deputata, la situazione si è già vista da vent'anni a questa parte, e l'analogia non può che richiamare la figura di Silvio Berlusconi.

Secondo molti Matteo Renzi ha "resuscitato" Berlusconi politicamente chiamandolo per discutere della legge elettorale. 

Questo non ha fatto che ampliare la base di persone che vede nell'ex sindaco di Firenze un nuovo Berlusconi (opinione diffusa già da parecchio tempo, soprattutto in seguito alla visita ad Arcore nel 2010), e sicuramente il leader condannato per frode fiscale nel processo Mediaset, nutre una certa simpatia per il rottamatore, il "demolition man" del Financial Time.

Dunque la domanda sorge spontanea: Renzi è davvero un nuovo Berlusconi?

Per rispondere a questa domanda ho diviso la questione in due parti: la parte politica, e la parte "identitaria". 


La parte politica



A mio avviso fra i metodi di Renzi, e quelli  di Berlusconi c'è una voragine mostruosa. Renzi, secondo un modo di fare molto americano, è raro che attacchi duramente il proprio avversario, o chi non la pensa come lui, usando termini poco appropriati e "politically incorrect", e tende invece ad usare spesso l'ironia (come dimostra il "Fassina chi?"). 
Berlusconi, inutile ricordarlo, tende invece a "massacrare" l'avversario, sempre e comunque, spesso non pensando alle conseguenze delle accuse che gli rivolge (basti ricordare la diatriba con la Lega e contro Bossi alla fine degli anni '90, condita da insulti del tipo -cito dal Fatto Quotidiano-  “un uomo dalla mentalità dissociata”, “ladro di voti”, “pataccaro”, “cadavere politico”, “sfasciacarrozze” con il quale “non mi siederò mai più allo stasso tavolo”, che hanno portato poi all'alleanza nel 2001)

Un elemento in comune, però, c'è: entrambi usano spesso ripetere, ovunque vadano, gli stessi concetti fino all'esaurimento (soprassiederò ai temi berlusconiani per concentrarmi su quelli renziani). 

Mi viene in mente, ad esempio, un periodo qualche settimana fa, in cui Renzi non faceva che ripetere un aneddoto riportando sempre la seguente frase "Dio c'è, ma non sei te. Rilassati".
La cosa impressionante è che, ovunque vada, ripete gli stessi concetti sempre con le stesse parole, usando gli stessi identici termini, fino a quando il concetto non entra nella testa del telespettatore. E' una tecnica da televenditore, è una tecnica prettamente berlusconiana.

Altro punto in comune è la presenza fissa in televisione. Ancora nel 2014 è fondamentale presentarsi in televisione; il salto dalla TV alla rete, è ancora di là da venire (ovvero ciò che auspica il M5S, e sarebbe curioso indagare perché dai sondaggi si evince che il 10% degli italiani vuole Di Battista -del M5S- premier, soltanto perché ultimamente è andato in televisione).



La parte identitaria


Riguardo a questa parte, ho saputo soltanto trovare un punto in comune: il carisma. Entrambi hanno una presa sulla gente imparagonabile a qualsiasi altro leader (Grillo forse, ma non in quanto lui, bensì per le idee che propone), ed è un aspetto molto importante per vincere e governare in questo paese. Grazie a questa "dote", Berlusconi è riuscito ad avere un peso politico notevole da vent'anni a questa parte, superando scandali, processi e quant'altro. Tanto è vero che lo stesso Renzi, come già detto sopra, ancora ci parla per discutere delle riforme.



Conclusione


Renzi può superficialmente richiamare la figura di Berlusconi, per quanto appunto già detto, ma le differenze sostanziali rimangono. Non scordiamoci che, fino a prova contraria, Renzi è leader del PD (partito di centro-sinistra), mentre Berlusconi di Forza Italia (partito di centro-destra). Una differenza importante.


Federico Sconocchia Pisoni