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venerdì 21 marzo 2014

Il treno Renzi

Il treno delle riforme del governo Renzi va spedito, e non si ferma più (neanche per pisciare citando De Gregori). Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, riguardo la riforma del lavoro. Un passo avanti, che smentisce tutti coloro che vedono in Renzi il solito politico vecchia maniera, che promette tanto ma non conclude niente. Sembrerebbe dunque ormai avviato il progetto di cambiamento voluto dall’ex sindaco di Firenze, e sembra davvero non avere ostacoli. Di qualche giorno fa è infatti la notizia dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni a Silvio Berlusconi confermata dalla cassazione. Questo vuol dire una cosa sola, ma molto importante: probabilmente per i prossimi due anni non si andrà a votare. Gli ultimi sondaggi sono significativi: senza il nome di Berlusconi sul logo, Forza Italia rischia si scendere addirittura sotto il 20%. Per questo motivo i forzisti si sono subito messi all’opera per convincere qualche figlio dell’ex cavaliere a candidarsi elle europee. La conseguenza politicamente più importante in tutto ciò è che Renzi ha la strada completamente spianata, e gli ostacoli dell’opposizione via via saranno sempre di meno. Non conviene a nessuno andare alle elezioni adesso, se non al Movimento Cinque Stelle, che però comincia ad avere sempre meno peso nelle aule del parlamento (non che prima ne avesse avuto molto di più). Nei sondaggi invece i pentastellati crescono di qualche punto percentuale, ma il PD (da tempo confluito nel PSE di Martin Schulz) rimane sempre il primo partito in vista delle elezioni europee. Come già detto Forza Italia è in netto calo, ma nelle intenzioni di voto per le politiche, sondate da Ixè per Agorà, il centrodestra ancora se la batte con il centrosinistra. Già in precedenza l’opposizione di Forza Italia era stata un’opposizione piuttosto blanda, a maggior ragione ora che andare alle elezioni è tassativamente proibito, i parlamentari Forza Italia porranno sempre minore resistenza. Renzi in questo modo può velocemente procedere in primis con l’abolizione del Senato, e poi con le altre riforme. Nel caos generale, lo scenario che improbabilmente potrebbe delinearsi è quello di un’uscita di Alfano dalla maggioranza, che potrebbe avere paradossalmente una voglia improvvisa di elezioni per racimolare i voti persi da Forza Italia. Se non ora quando? Nei social invece cresce la popolarità di Matteo Renzi, che riceve sempre più “mi piace” su Facebook e sempre più follower su Twitter. Non quanti ne ha Grillo, che però da più tempo vegeta su internet, e di internet vive. Grillo che però sembra avere sempre meno seguito in rete, ed è molto grave per qualcuno che, come già detto, deve la sua popolarità quasi tutta alla rete ultimamente.

Chi di internet ferisce, di internet perisce, verrebbe da dire.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

giovedì 20 marzo 2014

La riforma del Titolo V

Nella giornata di ieri, Matteo Renzi ha parlato con Vasco Errani (presidente della conferenza delle Regioni) per discutere assieme della riforma del Titolo V della costituzione, riforma che andrà di pari passo con quella del Senato. Il premier ha chiesto ad Errani di collaborare, stimolando la conferenza a dare consigli su come migliorare il testo della riforma. Ma di che cosa si tratta nello specifico? L’idea di riformulare il Titolo V non è un’idea nuova, di fatti una riforma in tal senso fu avviata con la terza bicamerale del 1997, e portata a termine poi nel 2001 a maggioranza dalla sinistra (per inciso questo avvenimento è spesso citato da Renzi per giustificare l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale, ribadendo il fatto che le “regole del gioco” vanno fatte con tutti, non solo con la propria maggioranza). Grande cerimoniere era Massimo d’Alema, nemico-amico del rottamatore Renzi. Ora più amico che nemico. In quella riforma del Titolo V (recante articoli della Costituzione che specificano le competenze assegnate allo Stato o alle regioni) fu fatto un processo di decentramento amministrativo, cercando di dare competenze statali alle regioni (puntualmente descritte nell’articolo 117). Ora il progetto di Renzi si spinge ancora più oltre, avendo anche la ferma volontà di cancellare il bicameralismo perfetto per introdurre al posto del Senato una camera delle autonomie. Ma andiamo con ordine: in materia di competenze statali, l’obiettivo del governo è quello di creare maggiore flessibilità fra i poteri statali e regionali; ad esempio qualora ci fossero esigenze nazionali, si potrebbe facilmente spostare la competenza regionale in statale, e viceversa, senza avere troppe inutili complicazioni. E’ una parola che va di moda con Renzi, “flessibilità”. L’abbiamo già sentita nominare nello Jobs Act, con un’accezione negativa da parte dei sindacati. E’ uno dei due termini più abusati (e forse a ragione) dall’ex sindaco. L’altro termine è “semplicità”. L’altra importante riforma collegata a quella del Titolo V è, come già detto, l’abolizione del Senato. Per meglio dire, non si tratta di una vera e propria abolizione, bensì una trasformazione. Il Senato sarà composto da circa 120 senatori, ovvero: i presidenti delle regioni, due membri eletti dai consigli regionali, tre sindaci per ogni regione e 21 senatori eletti dal Presidente della Repubblica, con lo stesso criterio con cui venivano scelti i senatori a vita. Il Senato (ovvero l’Assemblea delle Autonomie) non potrà più dare la fiducia ai governi, né potrà avere un ruolo di protagonista nel varo delle leggi, potrà bensì esprimere pareri sulle proposte di legge entro dieci giorni, e da quanto si può leggere dalla bozza diffusa dal ministro Maria Elena Boschi “L’Assemblea delle autonomie rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre, secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea”. Il bicameralismo perfetto rimarrà soltanto quando verranno trattate le riforme costituzionali, e cosa molto importante, verranno eliminate definitivamente le province.

Tutto facile, potrebbe sembrare ad una prima lettura. Ma siamo sicuri che i senatori voteranno la loro abolizione?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

sabato 15 marzo 2014

Renzi (non) è di sinistra.

In questi giorni i media ci hanno riempito la testa di numeri. Ciò è avvenuto in seguito alla conferenza stampa tenuta mercoledì 12 marzo da Renzi; ci hanno bombardato di percentuali, riguardanti il lavoro, l’economia, la finanza. Ma in particolare, di cosa ci hanno parlato? Fondamentalmente ci hanno parlato delle rendite finanziare, dei nuovi tipi di contratti a termine, e del deficit.

Tassazione delle rendite finanziarie


Il governo Renzi, per trovare le coperture necessarie per poter mettere nelle tasche degli italiani 100 euro in più al mese, come promesso, ha deciso di alzare la percentuale di tassazione delle rendite finanziarie dal 20 al 26%. Ma tecnicamente in cosa consiste questa mossa?
Ai tempi del ministro Visco (si parla di poco meno di dieci anni fa) si era cercato di dividere le rendite finanziarie in due categorie, i redditi di capitale (ovvero i dividendi derivati dalle azioni) e i guadagni di capitale (ovvero il guadagno che si ha nella compravendita di titoli azionari, il cosiddetto capital gain).
Ma in cosa consistono i redditi di capitale? Nel Decreto del Presidente della Repubblica 917/86 vengono sostanzialmente così definiti: Il reddito di capitale è costituito dall'ammontare degli interessi, utili o altri proventi percepiti nel periodo di imposta, senza alcuna deduzione. Entrando nello specifico, consistono in interessi e altri proventi derivanti da mutui, depositi e conti correnti, gli interessi e gli altri proventi delle obbligazioni e titoli similari, degli altri titoli diversi dalle azioni e titoli similari, nonché' dei certificati di massa ecc.
Finora la tassazione era ferma al 20%, ed il governo Renzi vorrebbe alzarla al 26%, come già detto, escludendo però i BOT. Dunque per i cassettisti: state tranquilli, nessuno vi tocca niente.
Ovviamente chi è più “preoccupato” sono coloro che detengono i tipi di azioni sopra descritti, ma è per il bene del paese. Infatti tutto ciò serve per far ripartire l’economia del paese, in modo tale si alzerà la curva di domanda, che, notoriamente, viene spostata dalle famiglie a reddito medio/basso, non certo dai ricchi. Siccome parlare di patrimoniale, con Alfano al governo, è come bestemmiare in una chiesa, il metodo alternativo è solo questo.

Contratti a tempo determinato


Il ministro del Lavoro Poletti ha già chiarito la situazione. Per prima cosa, c’è da dire che è stata inserita la “acausalità”, ovvero non ci sarà più l’obbligo da parte dell’imprenditore di spiegare il perché di un licenziamento. Questo però dopo che è stato deciso che il contratto aumentasse da 12 a 36 mesi, ed è stato anche permesso di rinnovare per otto volte, a patto che non si cambi la natura del rapporto di lavoro. Questo in aperta polemica e in netto contrasto con la precedente legge approvata dal governo Monti, presentata dalla Fornero, che limitava l’acausalità al primo contratto di lavoro di massimo 12 mesi.
Inoltre l’impresa non potrà avere un numero di contratti a termine che superino il 20% dell’intero gruppo di lavoratori, a meno che non faccia un’operazione di contrattazione collettiva (in parole semplici che discuta di un contratto con i sindacati). Infine non ci sarà più l’obbligo per le aziende di assumere nuovi apprendisti dovendo tenere una percentuale di quelli che già si hanno, che prima era fissata al 30%.
Il pacchetto lavoro stilato dal ministro Poletti lascia un po’ di stucco i sindacati, che vedono lontani i tempi in cui si discuteva di contratto unico a tempo indeterminato. Di fatti lo Jobs Act renziano è più orientato per soddisfare le imprese che i lavoratori, e come sostiene la Camusso, tende a generare precarietà. Ma forse dobbiamo rassegnarci: il leader del PD ha un solo punto di riferimento fisso in mente, e si chiama Labour Party. Questa è la sua linea di pensiero per rilanciare l’economia, la sua idea di sinistra, che forse di sinistra ha ben poco.

Lo sforamento del deficit


Finalmente la mano di Padoan si fa sentire, il “neo-keynesiano”, ed un barlume di sinistra comincia ad intravedersi alla fine del tunnel. Alla base di tutto il progetto di crescita nella mente del governo, c’è la volontà di indebitarsi per rilanciare l’economia. Tutto perfetto, tutto grandioso, se non fosse che c’è un problema a monte: l’Europa non ce lo permette, e limita il tasso del deficit al 3%, che non si può sforare. Quest’anno l’Italia ha un deficit/PIL del 2,6, ed è proprio quello spazio economico dello 0,4% che il governo vuole sfruttare per ricavare denaro per rilanciare l’economia italiana. Anche di questo si parlerà nel confronto Merkel-Renzi di lunedì, e già voci critiche si levano da Berlino. Critiche che arrivano anche dalle colonne del Financial Times, che avrebbe visto di buon occhio più un aiuto alle aziende che ai lavoratori. Ma forse il Financial Times non sa cosa sono le imprese italiane, o perlomeno, la maggior parte delle imprese italiane.
Ce la faremo a dettare legge all’Europa? Li convinceremo?

#renzistaisereno, che ce la farai.



Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony







giovedì 6 marzo 2014

Aspettando Mercoledì

Matteo Renzi mercoledì prossimo (come invece ha fatto in questa settimana) non continuerà a fare il giro delle scuole, a causa di una dovuta conferenza stampa dopo la svalutazione dell’Italia da parte di Olli Rehn
Il piano per salvare l’italia dell’ex sindaco di Firenze prevedere tre punti fondamentali: lo Jobs Act (nome dall’antico sapore anglosassone), il piano casa e il piano scuola, con l’obiettivo di stanziare 2 miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Fra i tre, quello più atteso e più importante è lo Jobs Act.

Jobs Act


Lo Jobs Act è il piano per far ripartire il mercato lavorativo nel nostro paese. Esso consiste fondamentalmente di tre punti.
Il primo è il sussidio universale di massimo due anni. In sostanza è una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, ma più elastico. In questo modo Renzi ha l’intenzione di togliere la cassa integrazione, che mai come in questi tempi è usata a vantaggio degli imprenditori ed a discapito dei lavoratori.
Secondo i dati raccolti da Padoan, neo ministro dell’Economia e delle Finanze, e da Poletti, neo ministro del Lavoro, la copertura finanziaria corrisponderebbe a 9, 5 miliardi di euro. Una spesa non indifferente. Il governo infatti non ha ancora chiaramente detto da dove prenderà materialmente quei soldi.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “garanzia giovani” ovvero un piano contro la disoccupazione giovanile soprattutto riguardante gli under 25. In questo caso, però, i fondi verrebbero stanziati dall’Unione Europea, e corrispondono a 1,5 miliardi di euro. 
In che modo verrà spesa questa somma?
Nella creazione di posti di lavoro, ma soprattutto nella formazione lavorativa dei giovani. Tutto ciò in realtà era progettato già durante il governo Letta, dall'allora ministro Giovannini.
Riguardo al terzo punto, Renzi è intenzionato a creare contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele progressive. Ciò significa che più si va avanti con l’età lavorativa, e più si hanno tutele. Questo, ovviamente, potrebbe andare a discapito dei giovani, che avrebbero meno tutele (non che ora ne abbiano molte di più).
Tuttavia rimane l’importanza cruciale di questo piano, che deve essere attuato il più presto. Il 41,1% di disoccupazione fra i giovani registrato qualche mese fa è allarmante, come è allarmante la svalutazione da parte dell’Europa, che ci ha sfiduciato assieme alla Croazia e alla Slovenia, non proprio due paesi modello.
Il caso Italia rimane al centro dell’attenzione, perché qualora dovesse fallire, ma già in questo momento, potrebbe creare dei seri problemi a tutta l’eurozona. D'altronde il nostro paese, checché se ne dica, rimane di importanza cruciale all'interno dell’Europa, e abbiamo un peso specifico maggiore di paesi come Grecia o Portogallo (anch'essi, come sappiamo, colpiti gravemente dalla crisi). Dunque un piano di risanamento dei conti pubblici attuato dall’Europa, con la forza con cui è stato attuato in Grecia, sarebbe il punto di arrivo di un processo che vede all'alba il fallimento di un sogno nato più di cinquant’anni fa, chiamato Europa.

Continueremo a sognare?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony