Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato: Obama è in Italia. Noi vi terremo informati sull’evento per tutta la sua durata, un evento ha messo in ginocchio quasi tutta Roma, visto che il presidente deli Stati Uniti d’America toccherà vari luoghi della città. Pernotterà a Villa Taverna, nel quartiere Parioli, per tutta la durata della visita; andrà al Quirinale, per parlare col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed infine parlerà con il premier Matteo Renzi. Ma l’incontro più atteso (soprattutto dalla stampa americana) è quello con Papa Bergoglio. Infatti lo scopo dell’intera visita sembra essere proprio quello di discutere oggi alle 10.30 con il Vescovo di Roma, piuttosto che parlare con le istituzioni politiche Italiane. Ma perché?
Anzitutto occorre dire che molti personaggi che circondando il Presidente Obama sono cattolici (ed anche lo stesso presidente in gioventù ha collaborato con istituzioni cattoliche): è cattolico John Kerry, il Segretario di Stato, è cattolico Joe Biden, vicepresidente degli States, è cattolico il capo dello staff Denis McDonough, ma è anche cattolica Kathleen Sebelius, segretario della Salute e dei Servizi Umani (corrispondente al nostro Ministero della Salute), che è stata, ed è, al centro del dibattito per la riforma sanitaria (il cosiddetto “Obamacare”), che fra le tante novità proponeva anche di comprendere i costi dei contraccettivi nelle polizze sanitarie dei dipendenti (novità che sembra non piacere affatto all’élite cattolica americana).
Come è ovvio non si toccheranno temi di carattere etico come il diritto all’aborto, dato che le posizioni dei due sono agli antipodi (come è ovvio che sia), ma la discussione verterà prevalentemente su Siria ed Ucraina, due temi principi per entrambi. Obama tiene particolarmente a questa visita perché all’elezione di Bergoglio hanno contribuito i Vescovi nord-americani, che hanno spinto parecchio per eleggere un Papa “vicino”, nato in Argentina, in Sud-America.Come se con quell’elezione si volesse sfidare (ma ovviamente non si può definire “sfida”) la supremazia europea ed italiana storica nelle elezioni papali. Ciò che più colpisce Obama è come il Papa affronti il tema degli ultimi, cosa che evidentemente non sembrava fare Benedetto XVI, come Bergoglio stia cercando di eliminare tutti quei privilegi acquisiti dalla Chiesa Cattolica durante la sua storia millenaria, compito arduo ma non impossibile. Obama, si potrebbe paradossalmente affermare, vede in Francesco una guida da seguire, vede nel Papa e nelle sue parole un modo per poter cambiare il mondo. E non è un mistero che spesso Francesco I venga citato dal Presidente degli Stati Uniti d’America. Non me ne voglia Renzi, ma forse il premier è più la scusa che non lo scopo di questo viaggio.
Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony
Pensieri e parole di un grande blogger italiano. In futuro. Forse. Blogger?
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giovedì 27 marzo 2014
Obama dribbla Renzi e punta al Papa.
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mercoledì 19 marzo 2014
Renzi sfida l'Europa
Ieri Renzi ha parlato alla Camera dei Deputati in vista del vertice UE di oggi e domani. Come già spiegato in conferenza stampa, in presenza della Merkel, il premier ha ribadito che l’Europa non deve essere l’alibi dei nostri problemi. Tuttavia non ha parlato solo di come l’Europa non debba comportarsi con noi. Renzi ha parlato soprattutto del suo progetto europeo, che già aveva in parte espresso nella presentazione al tempio di Adriano del nuovo libro di Massimo D’Alema “Non solo euro”.Un punto importante per l’ex sindaco di Firenze è quello di rivalutare il Mar Mediterraneo, che non deve essere visto come un confine di frontiera. L’Europa, secondo il premier, se ne deve riappropriare, è un mare che deve tornare ad essere il cuore dell’unione. E’ dell’altro ieri infatti la notizia dello sbarco di altri immigrati in Sicilia, salvati dalle forze italiane. Ed è forse il punto più dolente della politica estera europea, perché è un problema che tocca i confini dell’Europa. Confini che vengono ritenuti europei soltanto quando fa comodo. E’ paradossale trovarsi in un’Europa che cerca di esportare la democrazia, ma che non riesce ad accogliere chi la cerca.
Renzi ha spiegato così il perché del suo primo viaggio internazionale
in Tunisia, fatto apposta per chiarire a tutti quanto egli tenga a
ricostruire un’Europa che abbia al centro del proprio progetto il mare
Mediterraneo. Il Mare Nostrum, come nell’antica Roma. Ma il punto forse più importante su cui si è soffermato Renzi è quello di migliorare l’Italia per migliorare l’Europa. Infatti secondo il premier è necessario (per non dire obbligatorio), prima di poter dettare la linea all’Europa, avviare quel progetto di riforme presentato dal governo atto a migliorare il mercato del lavoro e l’economia nazionale. Solo una volta fatto ciò, ed avendo così dimostrato che l’Italia è un paese che può davvero comandare in Europa, si può andare a Bruxelles con il coltello dalla parte del manico. E secondo l’ex sindaco di Firenze l’Italia potrebbe essere per un lungo periodo di tempo leader dell’Europa, scavalcando le “concorrenze” di Germania e Francia. Sono già tante le accuse che ha rivolto Renzi all’UE, una su tutte quel tetto massimo del 3% riguardante il deficit/PIL che egli ha definito “anacronistico”.
Ma, come già detto, non siamo ancora abbastanza forti per poter dettare
legge a paesi come la Germania, la Francia, od altri. E’ difficile
poter fare la voce grossa dopo aver visto passare in meno di tre anni
quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta e Renzi). Pur non potendo
ancora dettare legge, Renzi ha però già in mente una cosa fondamentale,
che abbiamo capito durante questi ultimi sei anni: la finanza deve essere sottoposta alla politica. E’ inutile fare tanti discorsi di cambiamento se non riusciamo a svincolare la finanza dalla politica. E’ un modo di fare che va avanti da quasi quarant’anni, ed ha portato soltanto maggiori disuguaglianze e più povertà.
E’ questa forse la sfida più grossa per Matteo Renzi. Migliorare l’Italia facendo capire che possiamo essere i protagonisti del cambiamento. E il cambiamento non è uscire dall’euro, come sostiene qualcuno.
Ma è proprio quel “qualcuno” l’ostacolo più grande fra Renzi e l’Europa.
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
E’ questa forse la sfida più grossa per Matteo Renzi. Migliorare l’Italia facendo capire che possiamo essere i protagonisti del cambiamento. E il cambiamento non è uscire dall’euro, come sostiene qualcuno.
Ma è proprio quel “qualcuno” l’ostacolo più grande fra Renzi e l’Europa.
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
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martedì 18 marzo 2014
Renzi in Europa
L’incontro tanto atteso è avvenuto; Renzi nella giornata di ieri ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel,
e i due sono diventati subito amici (almeno così è sembrato
dall’atteggiamento del premier italiano, che si è rivolto al primo
ministro tedesco addirittura chiamandolo per nome).La Merkel, dopo aver esaminato il piano di riforme stilato da Matteo Renzi (ma soprattutto dopo aver ricevuto l’ok da parte del proprio ministro delle finanze Schäuble) si è detta favorevole, a patto però che si rispetti il fiscal compact, tanto a cuore alla Germania. L’Italia, ricorda, presiederà alla commissione per la disoccupazione giovanile, e dunque avrà l’occasione per dimostrare ciò che intende fare nel settore. Durante la conferenza stampa, Renzi sembra essere molto a suo agio, forse troppo, tanto da ricordare per qualche attimo Silvio Berlusconi. Inizia il suo discorso con un “grazie Angela”
ma poi si fa subito serio. La prima parte del discorso verte sul ruolo
che ha l’Europa nei confronti dell’Italia, egli infatti chiarisce subito
che le riforme che ha in mente il governo non vengono fatte per
compiacere l’Europa, ma perché “ce lo chiedono i nostri figli”.
E’ un’affermazione molto importante, che ribadisce per l’ennesima volta
un concetto tanto caro al neo premier, ovvero quello di affermare l’importanza dell’Italia nello scacchiere geo-politico europeo. D’altronde già nell’intervista al TG5 aveva affermato che “l’Italia non è un alunno somaro da mettere dietro la lavagna.
Riconquistiamo l’orgoglio di essere italiani”. Una frase che forse
potrebbe piacere poco alla sinistra, ma che in questi tempi è
assolutamente condivisibile ed utile per dare fiducia al paese. Come in
quasi tutte le conferenze stampa (era già successo al congresso del PSE, alla conferenza stampa sullo Jobs Act e ieri con la Merkel), Renzi ha ricordato il suo trascorso da sindaco di Firenze, auspicando un “nuovo rinascimento”
per l’Europa, termine assai caro agli intellettuali europei. E’ un
fenomeno tutto italiano quello del rinascimento, e non a caso è stato
citato dal premier italiano. Certo, c’è una buona percentuale di amor
proprio nell’aver espresso quella frase, ma è un modo per ribadire
l’importanza non solo economica dell’Italia nell’Unione, ma anche
storica. Inutile ricordare di essere stati fra i padri fondatori dell’Unione Europea. Renzi continua però a rassicurare l’Europa: “L’Italia non chiede di sforare i limiti di Maastricht, non vuole cambiare le regole dando il messaggio che le regole sono cattive e che vengono da qualcuno fuori da noi: le regole ce le siamo date insieme, e sono importanti”. Ma allo stesso tempo, continua, per far ripartire il paese bisogna crescere, bisogna fare cioè quello che i governi precedenti (Monti e Letta) non hanno saputo fare: sì, è opportuno ridurre la spesa pubblica, ma è necessario, oserei dire doveroso, far ripartire l’economia interna,
creare più domanda. E su questo neanche la Merkel ha avuto niente da
obiettare, sono le basi dell’economia. La Germania, e l’Europa, sono
favorevoli a delle riforme che vadano in questo senso, l’importante però
è che non si superi quel limite deficit/PIL fissato al 3%,
limite invalicabile, come le colonne d’ercole per l’antica grecia. Ma è
normale avere questo punto di vista, soprattutto nei confronti di un
paese che è sempre stato incapace di fare delle serie riforme, e che
negli ultimi tempi ha spesso sfiorato la bancarotta. La Merkel aggiunge
che i risultati delle riforme si vedono dopo due-tre anni, di fatto smorzando l’entusiasmo che si era creato intorno al segretario del PD. Renzi, dal canto suo, aggiunge che il suo “Jobs Act” è in realtà apprezzato in Italia, ma non è visto di buon occhio dai sindacati, ai quali dice però che l’unico modo per far ripartire il mercato del lavoro è quello di semplificare il mercato stesso. Detto ciò, non è vero che si viene a creare più precarietà.
Come primo “esame” europeo possiamo affermare che Renzi se la sia cavata abbastanza bene, ricevendo un sì, forse più per disperazione che ottimista, da parte della Merkel, che a quanto è sembrato, si è detta favorevole all’aumento percentuale del deficit/PIL: l’importante è che poi ciò porti qualche risultato buono. La questione più importante nell’incontro di ieri sembra però essere legato alle prossime elezioni europee. Entrambi i premier vivono con terrore la possibile vittoria delle forze anti-europeiste, e stanno correndo subito ai ripari, per evitare il peggio. Di fatti il problema populismo, che rischia di compromettere decenni di lavoro diplomatico, non esiste solo in Italia, ma anche in Germania, dove potrebbe sembrare paradossale il pericolo dell’anti-europeismo.
Il problema, forse, è che sia troppo tardi ora. Oppure no?
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
Come primo “esame” europeo possiamo affermare che Renzi se la sia cavata abbastanza bene, ricevendo un sì, forse più per disperazione che ottimista, da parte della Merkel, che a quanto è sembrato, si è detta favorevole all’aumento percentuale del deficit/PIL: l’importante è che poi ciò porti qualche risultato buono. La questione più importante nell’incontro di ieri sembra però essere legato alle prossime elezioni europee. Entrambi i premier vivono con terrore la possibile vittoria delle forze anti-europeiste, e stanno correndo subito ai ripari, per evitare il peggio. Di fatti il problema populismo, che rischia di compromettere decenni di lavoro diplomatico, non esiste solo in Italia, ma anche in Germania, dove potrebbe sembrare paradossale il pericolo dell’anti-europeismo.
Il problema, forse, è che sia troppo tardi ora. Oppure no?
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
lunedì 17 marzo 2014
L'ipocrisia occidentale. La Crimea è russa.
“Il referendum in Crimea è stata una violazione chiara della
costituzione Ucraina e della legge internazionale”. Così ha esordito oggi Obama
nel suo discorso dopo il referendum di ieri (più che referendum, un plebiscito)
che ha per ora sancito il ritorno dopo sessant’anni della Crimea in Russia. Il
97% dei votanti (e non il 95% come tendono a dire in queste ore i cronisti,
sebbene sia comunque un dato molto significativo) si è espresso favorevole al
ritorno in Russia. Ho parlato di ritorno perché, come è noto, la Crimea è stata
una regione Russa fino al 1954, quando fu regalata all’Ucraina come segno di
riconoscimento dell’alleanza fra cosacchi ucraini e russi.
Una domanda sorge spontanea dopo aver sentito Obama: e il
governo appena nato di Kiev, è per caso legale e legittimo? Intendiamoci, il
governo che c’era in Ucraina fino a qualche settimana fa era di certo un
governo pseudo-dittatoriale, e il leader Yanukovic non era sicuramente un
paladino della democrazia.
Ma se c’è una cosa che l’uomo dovrebbe aver imparato dal
romanticismo ottocentesco, e poi paradossalmente dall’americanismo dominante
durante tutto il novecento, è che bisogna sempre ascoltare e dare retta al
popolo. Perché il popolo ha ragione. In questo caso si chiama “principio di
autodeterminazione dei popoli” ed è proprio su questo punto che si è soffermato
Putin, non a torto. Il popolo ha deciso di stare dalla parte dei russi, e
allora qual è il problema? Un problema c’è, a ben vedere: in questo modo si
rischia di distruggere quell’equilibrio precario su cui si era costruito dopo
la dissoluzione dell’URSS, un equilibrio che essendo molto fragile, smaschera,
ora più che mai, gli errori susseguitisi dal 1992 in poi da parte di Europa ed
America, intente soltanto a perseguire i propri interessi, cercando di mettere
sotto il tappeto i problemi enormi, che prima o poi, puntualmente, sarebbe
riusciti fuori. D’altronde la crisi Ucraina è stata causata non dalla Russia,
ma dall’Europa, che ha fatto di tutto per non far entrare l’Ucraina nell’unione,
mandandola nel caos più totale. Il vero problema che si pone ora, è tutelare la
minoranza Ucraina che ora vive in Crimea, non più sotto la grivnia ma sotto il
rublo russo. Qui si possono creare delle problematiche notevoli, poiché in
queste situazioni le minoranze molto poco spesso vengono tutelate.
Vorrei fare un appello all’occidente: oltre il gas ci sono
le persone.
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
giovedì 6 marzo 2014
Aspettando Mercoledì
Matteo Renzi mercoledì prossimo (come invece ha fatto in
questa settimana) non continuerà a fare il giro delle scuole, a causa di una
dovuta conferenza stampa dopo la svalutazione dell’Italia da parte di Olli Rehn
Il piano per salvare l’italia dell’ex sindaco di Firenze
prevedere tre punti fondamentali: lo Jobs Act (nome dall’antico sapore
anglosassone), il piano casa e il piano scuola, con l’obiettivo di stanziare 2
miliardi di euro per l’edilizia scolastica. Fra i tre, quello più atteso e più
importante è lo Jobs Act.
Jobs Act
Lo Jobs Act è il piano per far ripartire il mercato
lavorativo nel nostro paese. Esso consiste fondamentalmente di tre punti.
Il primo è il sussidio universale di massimo due anni. In
sostanza è una sorta di sussidio di disoccupazione mascherato, ma più elastico.
In questo modo Renzi ha l’intenzione di togliere la cassa integrazione, che mai
come in questi tempi è usata a vantaggio degli imprenditori ed a discapito dei
lavoratori.
Secondo i dati raccolti da Padoan, neo ministro dell’Economia
e delle Finanze, e da Poletti, neo ministro del Lavoro, la copertura finanziaria
corrisponderebbe a 9, 5 miliardi di euro. Una spesa non indifferente. Il
governo infatti non ha ancora chiaramente detto da dove prenderà materialmente
quei soldi.
Il secondo punto riguarda la cosiddetta “garanzia giovani”
ovvero un piano contro la disoccupazione giovanile soprattutto riguardante gli
under 25. In questo caso, però, i fondi verrebbero stanziati dall’Unione
Europea, e corrispondono a 1,5 miliardi di euro.
In che modo verrà spesa questa
somma?
Nella creazione di posti di lavoro, ma soprattutto nella
formazione lavorativa dei giovani. Tutto ciò in realtà era progettato già
durante il governo Letta, dall'allora ministro Giovannini.
Riguardo al terzo punto, Renzi è intenzionato a creare
contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele progressive. Ciò significa che più si va avanti con l’età lavorativa, e più si hanno tutele. Questo,
ovviamente, potrebbe andare a discapito dei giovani, che avrebbero meno tutele
(non che ora ne abbiano molte di più).
Tuttavia rimane l’importanza cruciale di questo piano, che
deve essere attuato il più presto. Il 41,1% di disoccupazione fra i giovani
registrato qualche mese fa è allarmante, come è allarmante la svalutazione da
parte dell’Europa, che ci ha sfiduciato assieme alla Croazia e alla Slovenia,
non proprio due paesi modello.
Il caso Italia rimane al centro dell’attenzione, perché
qualora dovesse fallire, ma già in questo momento, potrebbe creare dei seri
problemi a tutta l’eurozona. D'altronde il nostro paese, checché se ne dica,
rimane di importanza cruciale all'interno dell’Europa, e abbiamo un peso
specifico maggiore di paesi come Grecia o Portogallo (anch'essi, come sappiamo,
colpiti gravemente dalla crisi). Dunque un piano di risanamento dei conti
pubblici attuato dall’Europa, con la forza con cui è stato attuato in Grecia,
sarebbe il punto di arrivo di un processo che vede all'alba il fallimento di un
sogno nato più di cinquant’anni fa, chiamato Europa.
Continueremo a sognare?
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
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venerdì 28 febbraio 2014
Verso le elezioni Europee
Come tutti noi sappiamo fra poco più di 100 giorni saremo chiamati a votare per l'elezione del parlamento Europeo. Fra le varie liste che potremo votare, su due vorrei soffermarmi oggi: quelle di sinistra.
Da un lato c'è il PSE (partito socialista europeo) guidato da Martin Schulz (ai più noto come il "kapo" protagonista di un poco simpatico siparietto sempre al parlamento europeo con Berlusconi - da ieri ufficialmente appoggiato dal PD), e dall'altra parte c'è la Lista Tsipras, guidata da, appunto, il leader di Syriza, la forza della sinistra radicale greca, l'unica che sta cercando, e in qualche modo riuscendo, a limitare l'avanzata dei nazisti di Alba Dorata.
Ieri sono stato a Piazza di Pietra, per un flash mob organizzato dalle socialiste europee. A destra potete vedere le foto della giornata di ieri.
E' attualmente il presidente del Parlamento Europeo, ed in precedenza aveva rivestito la carica di presidente del gruppo parlamentare dei progressisti.
A 32 anni diventa sindaco, e a 36 anni fu eletto membro del consiglio nazionale del partito. Otto anni dopo entro nel direttivo nazionale del SPD. Poi sempre nel 1999 (cinque anni dopo essere stato eletto deputato europeo) diviene capolista dell'SPD nelle elezioni europee (una carriera veloce, simile a quella di qualcuno che noi già conosciamo).
Se ho osato avvicinare Schulz a Matteo Renzi, be' c'è da dire che a maggior ragione dovrei avvicinare Renzi a Tsipras. Anzi, le somiglianze con il greco sono molto più numerose rispetto a quelle con il tedesco.
Tsipras si laurea in ingegneria, ma già da adolescente si schiera nelle fila dei Giovani Comunisti Ellenici, per poi entrare a far parte del Synaspismos, dove nel 2004 viene eletto nel Comitato Politico Centrale, a 30 anni.
Nel 2008 diventa presidente del partito, e nel 2009 si presenta con Syriza, prendendo il 4, 6% di preferenze, entrando nel Parlamento Greco.
Dopo aver preso il 16% dei voti alle elezioni del 2012, ed avendo dovuto rinunciare all'incarico di formare un nuovo governo a causa della frammentazione del parlamento greco, alle elezioni del giugno 2012 riceve il 26% dei voti, arrivando secondo. Una scalata elettorale quasi senza precedenti.
A Madrid, nel consiglio della sinistra europea, viene scelto come candidato per le Europee per la sinistra con l'84% dei voti.
Quali sono però le differenze tra i due candidati? Perché, se sono entrambi di sinistra, si candidano in schieramenti diversi (non una novità per la sinistra europea)?
Fondamentalmente le idee sono le stesse, di fondo (e ci mancherebbe altro). Entrambi si sono schierati contro l'austerity, ed entrambi non hanno interesse a distruggere l'euro e l'eurozona, bensì vogliono riformare l'Europa in quanto tale.
Su internet ho però trovato difficoltà a trovare il programma del PSE, come ovvio che sia, visto che fino al primo Marzo sono a Roma per decidere sul da farsi. Su internet invece è presente il programma della lista Tsipras, che in breve si concentra su una totale riformulazione dell'Europa, della BCE, in modo che presti i soldi agli stati, e non alle banche; contro la morsa nociva dell'austerity, che ha portato ai risultati che abbiamo sotto gli occhi; frenare la speculazione degli intermediari finanziari (riproponendo una legge statunitense del 1929, promulgata dopo la grande crisi); Tsipras chiede inoltre che le "locomotive" dell'Europa si interessino ed aiutino i paesi più in difficoltà, perché andando avanti in questa prospettiva, l'Europa non può che crollare su se stessa.
Insomma, un programma da sinistra, vero. Un programma che vede le decisioni politiche come protagoniste, non come è successo fino ad ora, dove l'economia l'ha fatta da padrona. Tsipras aggiunge che non bisogna aspettare che la crescita riprenda da sé, ma bisogna invece creare una grande piano di lavoro europeo, atto a ristabilire livelli di piena occupazione nel vecchio continente.
Schulz, come già detto, non ha ancora un programma definito da analizzare, ma, per concludere questo articolo, voglio ricordare che il suo SPD è entrato pochissimi mesi fa nel governo di coalizione con Angela Merkel, e le reazioni si sono già fatte sentire. Schulz ha affermato che non è disposto a criticare la politica della Merkel tout court, per principio. Un'affermazione che potrebbe volgergli contro.
Un fatto balza agli occhi: anche in momenti di forte crisi, la sinistra si divide. Sempre. Che sia fisiologico?
Federico Sconocchia Pisoni
Da un lato c'è il PSE (partito socialista europeo) guidato da Martin Schulz (ai più noto come il "kapo" protagonista di un poco simpatico siparietto sempre al parlamento europeo con Berlusconi - da ieri ufficialmente appoggiato dal PD), e dall'altra parte c'è la Lista Tsipras, guidata da, appunto, il leader di Syriza, la forza della sinistra radicale greca, l'unica che sta cercando, e in qualche modo riuscendo, a limitare l'avanzata dei nazisti di Alba Dorata.
Ieri sono stato a Piazza di Pietra, per un flash mob organizzato dalle socialiste europee. A destra potete vedere le foto della giornata di ieri.
Martin Schulz
E' attualmente il presidente del Parlamento Europeo, ed in precedenza aveva rivestito la carica di presidente del gruppo parlamentare dei progressisti.
A 32 anni diventa sindaco, e a 36 anni fu eletto membro del consiglio nazionale del partito. Otto anni dopo entro nel direttivo nazionale del SPD. Poi sempre nel 1999 (cinque anni dopo essere stato eletto deputato europeo) diviene capolista dell'SPD nelle elezioni europee (una carriera veloce, simile a quella di qualcuno che noi già conosciamo).
Alexis Tsipras
Se ho osato avvicinare Schulz a Matteo Renzi, be' c'è da dire che a maggior ragione dovrei avvicinare Renzi a Tsipras. Anzi, le somiglianze con il greco sono molto più numerose rispetto a quelle con il tedesco.
Tsipras si laurea in ingegneria, ma già da adolescente si schiera nelle fila dei Giovani Comunisti Ellenici, per poi entrare a far parte del Synaspismos, dove nel 2004 viene eletto nel Comitato Politico Centrale, a 30 anni.
Nel 2008 diventa presidente del partito, e nel 2009 si presenta con Syriza, prendendo il 4, 6% di preferenze, entrando nel Parlamento Greco.
Dopo aver preso il 16% dei voti alle elezioni del 2012, ed avendo dovuto rinunciare all'incarico di formare un nuovo governo a causa della frammentazione del parlamento greco, alle elezioni del giugno 2012 riceve il 26% dei voti, arrivando secondo. Una scalata elettorale quasi senza precedenti.
A Madrid, nel consiglio della sinistra europea, viene scelto come candidato per le Europee per la sinistra con l'84% dei voti.
Quali sono però le differenze tra i due candidati? Perché, se sono entrambi di sinistra, si candidano in schieramenti diversi (non una novità per la sinistra europea)?
Fondamentalmente le idee sono le stesse, di fondo (e ci mancherebbe altro). Entrambi si sono schierati contro l'austerity, ed entrambi non hanno interesse a distruggere l'euro e l'eurozona, bensì vogliono riformare l'Europa in quanto tale.
Su internet ho però trovato difficoltà a trovare il programma del PSE, come ovvio che sia, visto che fino al primo Marzo sono a Roma per decidere sul da farsi. Su internet invece è presente il programma della lista Tsipras, che in breve si concentra su una totale riformulazione dell'Europa, della BCE, in modo che presti i soldi agli stati, e non alle banche; contro la morsa nociva dell'austerity, che ha portato ai risultati che abbiamo sotto gli occhi; frenare la speculazione degli intermediari finanziari (riproponendo una legge statunitense del 1929, promulgata dopo la grande crisi); Tsipras chiede inoltre che le "locomotive" dell'Europa si interessino ed aiutino i paesi più in difficoltà, perché andando avanti in questa prospettiva, l'Europa non può che crollare su se stessa.
Insomma, un programma da sinistra, vero. Un programma che vede le decisioni politiche come protagoniste, non come è successo fino ad ora, dove l'economia l'ha fatta da padrona. Tsipras aggiunge che non bisogna aspettare che la crescita riprenda da sé, ma bisogna invece creare una grande piano di lavoro europeo, atto a ristabilire livelli di piena occupazione nel vecchio continente.
Schulz, come già detto, non ha ancora un programma definito da analizzare, ma, per concludere questo articolo, voglio ricordare che il suo SPD è entrato pochissimi mesi fa nel governo di coalizione con Angela Merkel, e le reazioni si sono già fatte sentire. Schulz ha affermato che non è disposto a criticare la politica della Merkel tout court, per principio. Un'affermazione che potrebbe volgergli contro.
Un fatto balza agli occhi: anche in momenti di forte crisi, la sinistra si divide. Sempre. Che sia fisiologico?
Federico Sconocchia Pisoni
| Ombrelli Rossi per il Flash Mob delle socialiste a Piazza di Pietra © Federico Sconocchia Pisoni |
mercoledì 26 febbraio 2014
Finalmente Premier
E' fatta: Matteo Renzi è diventato Presidente del Consiglio dei Ministri. Prima di tutto, vorrei ricordare un po' di numeri e date sul personaggio.
Nato a Firenze nel 1975, nel 1999 diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, a 24 anni. Nel 2004 diventa presidente della provincia di Firenze, a 29 anni. Nel 2009 diventa sindaco di Firenze, a 34 anni, nel 2013 segretario del Partito Democratico, e nel 2014, il più giovane premier d'Italia, a 39 anni.
La giornata di ieri non è stata facile per Matteo Renzi, che ha dovuto ripetere il discorso per la fiducia alla camera, tenendo conto delle accortezze, suggeritegli sotto forma di aspre critiche, dalle opposizioni, ma anche dalla maggioranza. La disinvoltura del personaggio non è piaciuta al palazzo, alla casta, ma neanche ai giornali, che hanno marcato l'accento sulla mano in tasca, o su altri atteggiamenti poco convenzionali. Ma lui non poteva certo esprimersi come si esprimevano altri premier del passato. Già è tanto che sia arrivato fino a lì in quel modo, ora non può tradirsi subito improvvisamente dopo che per anni si è considerato il "rottamatore".
Durante il discorso (che ha fatto a braccio, senza nulla o ben poco di scritto), non si è riservato di fare battute sul Movimento Cinque Stelle, ma ha anche voluto aprire ai pentastellati, con lo scambio di bigliettini fatto con Di Maio, in cui, sostanzialmente, Renzi cercava ancora una volta di aprire una porta, di costruire un ponte con i grillini, i quali però non hanno, ovviamente, accettato. E anzi, come c'era da aspettarsi (e come sapeva benissimo Renzi) hanno pubblicato tutto online.
Ancora una volta hanno fatto il gioco del segretario democratico, che è passato ai più come colui che effettivamente vuole fare quelle riforme fondamentali per il paese con l'aiuto di tutti, non solo di Berlusconi, e tenendo conto delle critiche di tutti. Ma allo stesso tempo fa passare il messaggio che è impossibile fare ciò per l'arroccamento ingiustificato dei grillini che non si capisce bene a che gioco stiano giocando.
Ovvero, si capisce alla perfezione il loro gioco, spingere fino alla disperazione il paese per poter governare, ma credo (anzi, spero) che con Renzi ciò non potrà accadere. Perché checché se ne dica, Renzi rimane sempre il rottamatore, o meglio, colui che si pone contro il palazzo, contro la lentezza della politica, e da sindaco vuole, e deve, aiutare la gente. Il lavoro sarà arduo, ma se si comporterà come si è sempre comportato, se non finirà questa sua spinta propulsiva verso il cambiamento, be', probabilmente nei prossimi anni assisteremo ad un ennesimo ventennio di protagonismo.
Non so dirvi se sarà positivo o meno, o almeno, quanti lo reputeranno positivo e quanti no (salvo che appunto accada, ovviamente), ma c'è un'alta probabilità che la storia vada verso quella direzione.
Nella giornata di ieri molti commentatori hanno detto che i veri protagonisti sono stati Bersani e Letta, i due sconfitti, applauditi dal palazzo (soprattutto Bersani, ma non perché riconosciuto in quanto "casta", piuttosto credo per il fatto di essere tornato dopo il preoccupante intervento a cui si è dovuto sottoporre al cervello). Altri si sono lamentati con Renzi per aver parlato troppo ai telespettatori a casa e poco ai deputati lì presenti (come era successo nel discorso al senato), ed è vero, ma è proprio quello che voleva fare il fiorentino.
A Ballarò ieri sera, Floris intervistando Renzi, ha chiesto al neo-premier se ci si sarebbe più fidati della sua persona, dopo la vicenda degli hashtag "#enricostaisereno" et similia. Renzi si è detto certo che nel futuro prossimo verrà resa nota la storia che ha portato lui a diventare premier, perché, afferma, qualcuno ha spinto sull'acceleratore affinché destituisse Letta e diventasse premier. Non so se essere particolarmente preoccupato da questo fatto o prenderla più alla leggera, perché letta in questa maniera potrebbe davvero significare di tutto. Potrebbe avere ragione Grillo riguardo le lobby al potere (e questo si collegherebbe all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che in america un po' di problemi collegati alle lobby di potere li sta portando), come potrebbe essere semplicemente un atto di responsabilità visto lo stallo del governo, che non riusciva più a fare nulla. Ma probabilmente la verità è un'altra: in questo momento sono parecchio preoccupato, perché forse in questi giorni più che mai si stanno decidendo le sorti di questo paese, riguardo varie tematiche, politica, potere, europa. Ricordo che se Renzi fallirà in questa sua esperienza, probabilmente non ci saranno più ostacoli non solo per i cinque stelle, ma anche e soprattutto per l'anti-europeismo. E se i legami con l'Europa diverranno sempre più fragili -o peggio porteranno ad una clamorosa, quanto credo improbabile, uscita dalla zona euro- allora saranno veramente guai. Questo potrebbe essere il vero motivo per cui Renzi ha spinto l'acceleratore, evitare cioè che il 25 maggio le forze anti-europeiste dilaghino. Purtroppo nessuno di noi ha la palla di vetro, e tocca stare alla finestra ad aspettare che il tempo ci porti informazioni sul passato.
Ma forse sarà troppo tardi.
Federico Sconocchia Pisoni.
Nato a Firenze nel 1975, nel 1999 diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, a 24 anni. Nel 2004 diventa presidente della provincia di Firenze, a 29 anni. Nel 2009 diventa sindaco di Firenze, a 34 anni, nel 2013 segretario del Partito Democratico, e nel 2014, il più giovane premier d'Italia, a 39 anni.
La giornata di ieri non è stata facile per Matteo Renzi, che ha dovuto ripetere il discorso per la fiducia alla camera, tenendo conto delle accortezze, suggeritegli sotto forma di aspre critiche, dalle opposizioni, ma anche dalla maggioranza. La disinvoltura del personaggio non è piaciuta al palazzo, alla casta, ma neanche ai giornali, che hanno marcato l'accento sulla mano in tasca, o su altri atteggiamenti poco convenzionali. Ma lui non poteva certo esprimersi come si esprimevano altri premier del passato. Già è tanto che sia arrivato fino a lì in quel modo, ora non può tradirsi subito improvvisamente dopo che per anni si è considerato il "rottamatore".
Durante il discorso (che ha fatto a braccio, senza nulla o ben poco di scritto), non si è riservato di fare battute sul Movimento Cinque Stelle, ma ha anche voluto aprire ai pentastellati, con lo scambio di bigliettini fatto con Di Maio, in cui, sostanzialmente, Renzi cercava ancora una volta di aprire una porta, di costruire un ponte con i grillini, i quali però non hanno, ovviamente, accettato. E anzi, come c'era da aspettarsi (e come sapeva benissimo Renzi) hanno pubblicato tutto online.
Ancora una volta hanno fatto il gioco del segretario democratico, che è passato ai più come colui che effettivamente vuole fare quelle riforme fondamentali per il paese con l'aiuto di tutti, non solo di Berlusconi, e tenendo conto delle critiche di tutti. Ma allo stesso tempo fa passare il messaggio che è impossibile fare ciò per l'arroccamento ingiustificato dei grillini che non si capisce bene a che gioco stiano giocando.
Ovvero, si capisce alla perfezione il loro gioco, spingere fino alla disperazione il paese per poter governare, ma credo (anzi, spero) che con Renzi ciò non potrà accadere. Perché checché se ne dica, Renzi rimane sempre il rottamatore, o meglio, colui che si pone contro il palazzo, contro la lentezza della politica, e da sindaco vuole, e deve, aiutare la gente. Il lavoro sarà arduo, ma se si comporterà come si è sempre comportato, se non finirà questa sua spinta propulsiva verso il cambiamento, be', probabilmente nei prossimi anni assisteremo ad un ennesimo ventennio di protagonismo.
Non so dirvi se sarà positivo o meno, o almeno, quanti lo reputeranno positivo e quanti no (salvo che appunto accada, ovviamente), ma c'è un'alta probabilità che la storia vada verso quella direzione.
Nella giornata di ieri molti commentatori hanno detto che i veri protagonisti sono stati Bersani e Letta, i due sconfitti, applauditi dal palazzo (soprattutto Bersani, ma non perché riconosciuto in quanto "casta", piuttosto credo per il fatto di essere tornato dopo il preoccupante intervento a cui si è dovuto sottoporre al cervello). Altri si sono lamentati con Renzi per aver parlato troppo ai telespettatori a casa e poco ai deputati lì presenti (come era successo nel discorso al senato), ed è vero, ma è proprio quello che voleva fare il fiorentino.
A Ballarò ieri sera, Floris intervistando Renzi, ha chiesto al neo-premier se ci si sarebbe più fidati della sua persona, dopo la vicenda degli hashtag "#enricostaisereno" et similia. Renzi si è detto certo che nel futuro prossimo verrà resa nota la storia che ha portato lui a diventare premier, perché, afferma, qualcuno ha spinto sull'acceleratore affinché destituisse Letta e diventasse premier. Non so se essere particolarmente preoccupato da questo fatto o prenderla più alla leggera, perché letta in questa maniera potrebbe davvero significare di tutto. Potrebbe avere ragione Grillo riguardo le lobby al potere (e questo si collegherebbe all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che in america un po' di problemi collegati alle lobby di potere li sta portando), come potrebbe essere semplicemente un atto di responsabilità visto lo stallo del governo, che non riusciva più a fare nulla. Ma probabilmente la verità è un'altra: in questo momento sono parecchio preoccupato, perché forse in questi giorni più che mai si stanno decidendo le sorti di questo paese, riguardo varie tematiche, politica, potere, europa. Ricordo che se Renzi fallirà in questa sua esperienza, probabilmente non ci saranno più ostacoli non solo per i cinque stelle, ma anche e soprattutto per l'anti-europeismo. E se i legami con l'Europa diverranno sempre più fragili -o peggio porteranno ad una clamorosa, quanto credo improbabile, uscita dalla zona euro- allora saranno veramente guai. Questo potrebbe essere il vero motivo per cui Renzi ha spinto l'acceleratore, evitare cioè che il 25 maggio le forze anti-europeiste dilaghino. Purtroppo nessuno di noi ha la palla di vetro, e tocca stare alla finestra ad aspettare che il tempo ci porti informazioni sul passato.
Ma forse sarà troppo tardi.
Federico Sconocchia Pisoni.
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martedì 25 febbraio 2014
La fiducina Renzi
Renzi ieri ha incassato la fiducia. Più che fiducia, fiducina. 169 sì contro 139 no. Letta, dopo l'uscita dalla maggioranza di Forza Italia, aveva avuto quattro voti in più.
Ma Renzi è fiducioso, e pronto:
questo il suo ultimo tweet.
Quello che doveva chiarire, lo ha chiarito subito nel suo discorso. Non è andato alle elezioni, dice, perché con la legge elettorale formulata dalla corte costituzionale, si sarebbe tornati ad una situazione di stallo, e ciò non era ammissibile in una situazione drammatica come la nostra. Renzi risponde anche ai Cinque Stelle, dicendo loro che il PD non si è mai tirato indietro quando ci sono state le elezioni, e anzi, come dimostrano le ultime regionali, spesso le ha vinte.
Già da qui si intuisce che non è stato un discorso "istituzionale", bensì si avvicinava più ad un comizio elettorale. Come al solito ha attaccato i grillini, ma ha attaccato anche il "palazzo", che lui ha sempre combattuto (sebbene ora per lui sia più difficile attaccare un'istituzione di cui fa parte).
Il secondo punto del suo programma tocca l'Europa.
Renzi auspica che in un futuro prossimo l'Italia sia a capo politicamente dell'Europa. E' sempre più evidente che sia ormai un comizio elettorale. Spesso si scaglia contro i suoi avversari politici, il Movimento Cinque Stelle, prendendo posizioni esattamente all'opposto di quelle prese dai grillini, e spesso li prende anche in giro. E' vero, lui ora è "passato dall'altra parte" ma è l'unico che ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, mentre i grillini hanno avuto paura.
Più che chiedere la fiducia, ha elencato punto per punto le cose che vuole fare, quasi non tenendo conto della maggioranza che ha. A dire la verità, un po' ne ha dovuto tener conto, per esempio sulla giustizia, dove è stato piuttosto vago. Ha parlato molto da sindaco, dei problemi della giustizia che più toccano la gente da vicino, citando molti esempi concreti, come è nel suo stile, ma non è andato al nocciolo della questione.
Perché sì, agli occhi della gente sembra che il suo governo sia più una sorta di consiglio comunale, dove i ministri diventano assessori, ma la linea la decide sostanzialmente e soltanto il leader, il sindaco, il premier. Non possiamo sapere quanto possa essere efficace questo metodo, forse potrebbe funzionare, forse no, ma è chiaro che abbia scelto delle persone alquanto anonime, e quasi prive di personalità (o almeno con molta meno personalità rispetto ai ministri del recente passato). Viene da pensare che le abbia scelte quasi come prestanome.
Ha toccato poi molti altri temi, che direttamente od indirettamente già sappiamo, quali scuola, riforme, pubblica amministrazione (vuole fissare un tempo determinato per i dirigenti nella PA). Sostanzialmente non ha aggiunto molto di nuovo.
Quello che mi viene da dire, è che nel suo discorso-comizio, non ha mai strizzato l'occhio al Senato, ha fatto capire chiaramente che le cose che ha deciso di fare le farà e basta, senza mezzi termini, e qualora gli venisse impedito, saranno loro a vedersela con gli italiani. E' ovvio pensare che Renzi voglia passare da martire alla fine di questa sua esperienza. E paradossalmente un suo fallimento potrebbe garantire una vittoria alle prossime elezioni.
Ma anche quando si sbaglia, bisogna sbagliare bene.
Federico Sconocchia Pisoni
P.S.: Ieri a "Speciale Ballarò" Scalfaro ha fatto outing, sostenendo che Renzi ha silurato Letta nel momento in cui stava cominciando a far vedere qualcosa di positivo. Sarà vero? Non sarà vero? Il dubbio sorge, ovviamente, e farebbe di Renzi un politico "vecchio stile".
Ma Renzi è fiducioso, e pronto:
Ok il Senato, adesso la Camera. Poi si inizia a lavorare sul serio.Domani scuole, lavoratori,imprenditori,sindaci a Treviso. #lavoltabuona
questo il suo ultimo tweet.
Quello che doveva chiarire, lo ha chiarito subito nel suo discorso. Non è andato alle elezioni, dice, perché con la legge elettorale formulata dalla corte costituzionale, si sarebbe tornati ad una situazione di stallo, e ciò non era ammissibile in una situazione drammatica come la nostra. Renzi risponde anche ai Cinque Stelle, dicendo loro che il PD non si è mai tirato indietro quando ci sono state le elezioni, e anzi, come dimostrano le ultime regionali, spesso le ha vinte.
Già da qui si intuisce che non è stato un discorso "istituzionale", bensì si avvicinava più ad un comizio elettorale. Come al solito ha attaccato i grillini, ma ha attaccato anche il "palazzo", che lui ha sempre combattuto (sebbene ora per lui sia più difficile attaccare un'istituzione di cui fa parte).
Il secondo punto del suo programma tocca l'Europa.
Nella tradizione europeista sta la parte migliore dell'Italia
Renzi auspica che in un futuro prossimo l'Italia sia a capo politicamente dell'Europa. E' sempre più evidente che sia ormai un comizio elettorale. Spesso si scaglia contro i suoi avversari politici, il Movimento Cinque Stelle, prendendo posizioni esattamente all'opposto di quelle prese dai grillini, e spesso li prende anche in giro. E' vero, lui ora è "passato dall'altra parte" ma è l'unico che ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani, mentre i grillini hanno avuto paura.
Più che chiedere la fiducia, ha elencato punto per punto le cose che vuole fare, quasi non tenendo conto della maggioranza che ha. A dire la verità, un po' ne ha dovuto tener conto, per esempio sulla giustizia, dove è stato piuttosto vago. Ha parlato molto da sindaco, dei problemi della giustizia che più toccano la gente da vicino, citando molti esempi concreti, come è nel suo stile, ma non è andato al nocciolo della questione.
Perché sì, agli occhi della gente sembra che il suo governo sia più una sorta di consiglio comunale, dove i ministri diventano assessori, ma la linea la decide sostanzialmente e soltanto il leader, il sindaco, il premier. Non possiamo sapere quanto possa essere efficace questo metodo, forse potrebbe funzionare, forse no, ma è chiaro che abbia scelto delle persone alquanto anonime, e quasi prive di personalità (o almeno con molta meno personalità rispetto ai ministri del recente passato). Viene da pensare che le abbia scelte quasi come prestanome.
Ha toccato poi molti altri temi, che direttamente od indirettamente già sappiamo, quali scuola, riforme, pubblica amministrazione (vuole fissare un tempo determinato per i dirigenti nella PA). Sostanzialmente non ha aggiunto molto di nuovo.
Quello che mi viene da dire, è che nel suo discorso-comizio, non ha mai strizzato l'occhio al Senato, ha fatto capire chiaramente che le cose che ha deciso di fare le farà e basta, senza mezzi termini, e qualora gli venisse impedito, saranno loro a vedersela con gli italiani. E' ovvio pensare che Renzi voglia passare da martire alla fine di questa sua esperienza. E paradossalmente un suo fallimento potrebbe garantire una vittoria alle prossime elezioni.
Ma anche quando si sbaglia, bisogna sbagliare bene.
Federico Sconocchia Pisoni
P.S.: Ieri a "Speciale Ballarò" Scalfaro ha fatto outing, sostenendo che Renzi ha silurato Letta nel momento in cui stava cominciando a far vedere qualcosa di positivo. Sarà vero? Non sarà vero? Il dubbio sorge, ovviamente, e farebbe di Renzi un politico "vecchio stile".
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