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mercoledì 14 ottobre 2015

Di Maio e le castronerie sull'immunità parlamentare



Di Maio dice di voler togliere l’immunità parlamentare ai deputati. Tale affermazione (non nuova fra i cinque stelle), è arrivata poco dopo aver criticato nel talk show di Giovanni Floris la riforma costituzionale del Senato, che porterebbe i consiglieri regionali a Palazzo Madama, offrendogli l’immunità parlamentare. Essendo la classe politica più corrotta (vedi i vari scandali a livello regionale), Di Maio vede nell’immunità “regalata” a costoro un grave pericolo per la democrazia.
Di qui è arrivato a dire che bisogna togliere ogni protezione ai parlamentari, perché “è giunta l’ora che i politici vadano in galera”. Quello che Di Maio non sa è che (oltre al fatto che siamo in una democrazia parlamentare, e dunque i tre poteri sono DIVISI e nessuno può prevalere sull’altro), è anche che i politici ci vanno in prigione. 

Citando Wikipedia, che riprende dall’articolo 68 della Costituzione Italiana:

“È quindi consentito: sottoporre ad indagini i parlamentari senza richiedere l'autorizzazione della Camera di appartenenza, arrestare il parlamentare in presenza di una sentenza irrevocabile di condanna e mettere in arresto il parlamentare nel caso in cui sia colto nell'atto di commettere un reato per cui è previsto l'arresto obbligatorio in flagranza. Mentre non è consentito all'autorità giudiziaria, senza la preventiva autorizzazione della Camera: sottoporre a perquisizione personale o domiciliare il parlamentare, arrestare o privare della libertà personale il membro del Parlamento ad eccezione di una sentenza irrevocabile o della flagranza, e procedere ad intercettazioni delle conversazioni o comunicazioni e a sequestro della corrispondenza”.

Insomma, caro Di Maio, l’Italia avrà tanti problemi, ma questo dell’immunità non può essere definito tale. Trovo che il suo ragionamento sia di una pericolosità inaudita, perché vedrebbe una nefasta commistione fra il braccio giudiziario e quello esecutivo-legislativo. E la trovo anche una trovata stupida ed inutile, dato che un parlamentare può essere arrestato, previa da autorizzazione a procedere da parte della Camera.
La colpa non è delle leggi, ma in questo caso di chi vota o meno l'autorizzazione a procedere. E (non) mi meraviglio che un esponente autorevole delle istituzioni come lei respinga queste considerazioni, perché l’importante, oggi, nel 2015, è creare una classe politica nuova, che possa essere sfiduciata in modo secco alle elezioni. Se un mio parlamentare non ha autorizzato a procedere nei confronti di colui che ritengo un criminale, non avrà più il mio voto. Sarà passato troppo tempo? Intanto la democrazia è salva.

Twitter: @fedescony
Instagram: fede.scony


sabato 29 marzo 2014

Slogan perdenti

Quando Renzi ha parlato di "Yes we can" qualche giorno fa con Obama, dicendo che deve valere anche per noi oggi, ho tremato di paura. Un deja-vu, un incubo che sta riprendendo vita. Me lo ricordo quello slogan io, ed ahimé stavo anche al Circo Massimo quando Veltroni fece uno (se non l'ultimo) dei comizi prima del voto alle politiche del 2008. Dall' "I care" allo "Yes we can" obamiano, un insuccesso clamoroso. 
La ferma volontà della sinistra italiana di copiare il successo degli altri. Qui non funziona, ma nessuno sembra capirlo, anche lo stesso Renzi. 
Diciamo però che, volendo fare del sano "amarcord", il più grande disastro mediatico ci fu con Occhetto e la "gioiosa macchina da guerra". Fu il più clamoroso perché la sinistra democratica dopo secoli di sconfitte elettorali (più o meno cocenti) era convinta di vincere. Ma proprio ieri ricorreva l'anniversario della prima storica vittoria elettorale di Silvio Berlusconi.

Insomma, Renzi, smettila con gli sloga vincenti e vinci davvero queste benedette elezioni, quando ci saranno. 
Ma sono sicuro che Renzi dimostrerà di non essere "slogan e distintivi".


venerdì 28 marzo 2014

Renzi convince anche Obama

Dopo aver incontrato il Papa e Giorgio Napolitano, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incontrato anche il Presidente del Consiglio Italiano Matteo Renzi. Il discepolo ha avuto finalmente l’occasione di incontrare il maestro, e per discepolo non intendo solo Renzi, ma più in generale l’intera ala della sinistra democratica italiana, dal 2007 raccolta sotto il nome di “Partito Democratico”. Già dalla vittoria alle elezioni presidenziali americane del 2008 il personaggio Obama si era guadagnato la stima dei militanti democratici, con tanto di Obama Night al tempio di Adriano (piazza di Pietra), con la “notte della grande scelta” alla quale partecipò tutta la nomenclatura ex Pci, Pds, Margherita, ovvero il segretario del Pd, Walter Veltroni, il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri ombra e i dirigenti del partito. Anche nella giornata di oggi è stato fatto un riferimento al passato, da parte di Matteo Renzi, che ha affermato: “Lo ‘Yes we can’ vale anche per noi oggi”. Battuta infelice per il segretario dei democratici, visto che lo slogan fu già riusato dallo stesso Veltroni per le elezioni del 2008, con il risultato che tutti noi sappiamo. “Tutti i giornalisti italiani sanno che Obama non solo è il presidente Usa: per me e la mia squadra è fonte di ispirazione” ha continuato Renzi, aggiungendo anche che “‘L’Europa ha bisogna di crescita e occupazione”. E questo è il punto forte della politica di Renzi, che sta cercando in tutti i modi di non far vincere alle prossime elezioni europee i partiti populisti anche forzando la mano in Europa. Oggi è arrivato dunque anche l’endorsment di Obama, che oltre ad essere contento dell’energia che ha l’ex sindaco di Firenze, sta anche appoggiando la sua lotta contro l’austerity. Infatti il Presidente degli States, da bravo americano figlio del New Deal, ha dichiarato “Il dibattito fra crescita e austerity è sterile: le finanze pubbliche devono essere in ordine ma più si cresce e più i conti sono in ordine”. Renzi durante la giornata si lascia anche a frasi sentimentalistiche e nostalgiche: “I nostri nonni hanno combattuto per l’Europa, gli Usa hanno combattuto per salvare la democrazia in Europa. Mia mamma piangeva davanti alle immagini del crollo del muro di Berlino. Serve un percorso di unificazione dell’Europa in cui l’Europa sia terra di cooperazione ma anche di crescita e occupazione”. Obama dà dunque il suo ok all’operato di Renzi, dando anche il suo appoggio sulla questione dei marò, questione molto importante, che sembra non prendere una decisiva strada verso la risoluzione. Questa visita è stata anche l’occasione per Obama di riaffermare la disponibilità degli USA a vendere il gas all’Europa, sostituendosi alla Russia eterno nemico, ora più che mai anche nel commercio. Il presidente ha avuto da ridire sulla spending review non solo Italiana, ma più in generale anche europea: “Riconosco che in Europa ci sono opportunità per maggiore efficienza e rendimento nel settore militare, ma c’è un certo impegno irriducibile che i Paesi devono avere se vogliono essere seri nell’alleanza Nato e nella Difesa”. Dunque sembrerebbe una bocciatura anche ai tagli voluti dalla Difesa, soprattutto agli F35. Una giornata intensa chiusa nel modo più americano possibile, il giro nel Colosseo, una visita che ha paralizzato la città con la guida del Ministro della Cultura Dario Franceschini. Il Colosseo lo ha incantato, tanto da fargli esclamare “Eccezionale, incredibile… è più grande di alcuni degli attuali stadi di baseball!”. E per un americano dire una frase del genere è qualcosa che va oltre il semplice complimento. Nonostante tutto la visita di Obama a Roma è stata una visita fondamentale per il cammino che vuole intraprendere l’Italia come protagonista europea e non solo, come vuole il premier Renzi. Premier Renzi che dopo aver incantato molti italiani, dopo aver incantato i partner europei, sembra aver incantato anche Obama. Che sia un predestinato? 

Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

giovedì 27 marzo 2014

Obama dribbla Renzi e punta al Papa.

Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato: Obama è in Italia. Noi vi terremo informati sull’evento per tutta la sua durata, un evento ha messo in ginocchio quasi tutta Roma, visto che il presidente deli Stati Uniti d’America toccherà vari luoghi della città. Pernotterà a Villa Taverna, nel quartiere Parioli, per tutta la durata della visita; andrà al Quirinale, per parlare col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed infine parlerà con il premier Matteo Renzi. Ma l’incontro più atteso (soprattutto dalla stampa americana) è quello con Papa Bergoglio. Infatti lo scopo dell’intera visita sembra essere proprio quello di discutere oggi alle 10.30 con il Vescovo di Roma, piuttosto che parlare con le istituzioni politiche Italiane. Ma perché? 

Anzitutto occorre dire che molti personaggi che circondando il Presidente Obama sono cattolici (ed anche lo stesso presidente in gioventù ha collaborato con istituzioni cattoliche): è cattolico John Kerry, il Segretario di Stato, è cattolico Joe Biden, vicepresidente degli States, è cattolico il capo dello staff Denis McDonough, ma è anche cattolica Kathleen Sebelius, segretario della Salute e dei Servizi Umani (corrispondente al nostro Ministero della Salute), che è stata, ed è, al centro del dibattito per la riforma sanitaria (il cosiddetto “Obamacare”), che fra le tante novità proponeva anche di comprendere i costi dei contraccettivi nelle polizze sanitarie dei dipendenti (novità che sembra non piacere affatto all’élite cattolica americana). 


Come è ovvio non si toccheranno temi di carattere etico come il diritto all’aborto, dato che le posizioni dei due sono agli antipodi (come è ovvio che sia), ma la discussione verterà prevalentemente su Siria ed Ucraina, due temi principi per entrambi. Obama tiene particolarmente a questa visita perché all’elezione di Bergoglio hanno contribuito i Vescovi nord-americani, che hanno spinto parecchio per eleggere un Papa “vicino”, nato in Argentina, in Sud-America.Come se con quell’elezione si volesse sfidare (ma ovviamente non si può definire “sfida”) la supremazia europea ed italiana storica nelle elezioni papali. Ciò che più colpisce Obama è come il Papa affronti il tema degli ultimi, cosa che evidentemente non sembrava fare Benedetto XVI, come Bergoglio stia cercando di eliminare tutti quei privilegi acquisiti dalla Chiesa Cattolica durante la sua storia millenaria, compito arduo ma non impossibile. Obama, si potrebbe paradossalmente affermare, vede in Francesco una guida da seguire, vede nel Papa e nelle sue parole un modo per poter cambiare il mondo.  E non è un mistero che spesso Francesco I venga citato dal Presidente degli Stati Uniti d’America. Non me ne voglia Renzi, ma forse il premier è più la scusa che non lo scopo di questo viaggio.


 Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

venerdì 21 marzo 2014

Il treno Renzi

Il treno delle riforme del governo Renzi va spedito, e non si ferma più (neanche per pisciare citando De Gregori). Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, riguardo la riforma del lavoro. Un passo avanti, che smentisce tutti coloro che vedono in Renzi il solito politico vecchia maniera, che promette tanto ma non conclude niente. Sembrerebbe dunque ormai avviato il progetto di cambiamento voluto dall’ex sindaco di Firenze, e sembra davvero non avere ostacoli. Di qualche giorno fa è infatti la notizia dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni a Silvio Berlusconi confermata dalla cassazione. Questo vuol dire una cosa sola, ma molto importante: probabilmente per i prossimi due anni non si andrà a votare. Gli ultimi sondaggi sono significativi: senza il nome di Berlusconi sul logo, Forza Italia rischia si scendere addirittura sotto il 20%. Per questo motivo i forzisti si sono subito messi all’opera per convincere qualche figlio dell’ex cavaliere a candidarsi elle europee. La conseguenza politicamente più importante in tutto ciò è che Renzi ha la strada completamente spianata, e gli ostacoli dell’opposizione via via saranno sempre di meno. Non conviene a nessuno andare alle elezioni adesso, se non al Movimento Cinque Stelle, che però comincia ad avere sempre meno peso nelle aule del parlamento (non che prima ne avesse avuto molto di più). Nei sondaggi invece i pentastellati crescono di qualche punto percentuale, ma il PD (da tempo confluito nel PSE di Martin Schulz) rimane sempre il primo partito in vista delle elezioni europee. Come già detto Forza Italia è in netto calo, ma nelle intenzioni di voto per le politiche, sondate da Ixè per Agorà, il centrodestra ancora se la batte con il centrosinistra. Già in precedenza l’opposizione di Forza Italia era stata un’opposizione piuttosto blanda, a maggior ragione ora che andare alle elezioni è tassativamente proibito, i parlamentari Forza Italia porranno sempre minore resistenza. Renzi in questo modo può velocemente procedere in primis con l’abolizione del Senato, e poi con le altre riforme. Nel caos generale, lo scenario che improbabilmente potrebbe delinearsi è quello di un’uscita di Alfano dalla maggioranza, che potrebbe avere paradossalmente una voglia improvvisa di elezioni per racimolare i voti persi da Forza Italia. Se non ora quando? Nei social invece cresce la popolarità di Matteo Renzi, che riceve sempre più “mi piace” su Facebook e sempre più follower su Twitter. Non quanti ne ha Grillo, che però da più tempo vegeta su internet, e di internet vive. Grillo che però sembra avere sempre meno seguito in rete, ed è molto grave per qualcuno che, come già detto, deve la sua popolarità quasi tutta alla rete ultimamente.

Chi di internet ferisce, di internet perisce, verrebbe da dire.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

giovedì 20 marzo 2014

La riforma del Titolo V

Nella giornata di ieri, Matteo Renzi ha parlato con Vasco Errani (presidente della conferenza delle Regioni) per discutere assieme della riforma del Titolo V della costituzione, riforma che andrà di pari passo con quella del Senato. Il premier ha chiesto ad Errani di collaborare, stimolando la conferenza a dare consigli su come migliorare il testo della riforma. Ma di che cosa si tratta nello specifico? L’idea di riformulare il Titolo V non è un’idea nuova, di fatti una riforma in tal senso fu avviata con la terza bicamerale del 1997, e portata a termine poi nel 2001 a maggioranza dalla sinistra (per inciso questo avvenimento è spesso citato da Renzi per giustificare l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale, ribadendo il fatto che le “regole del gioco” vanno fatte con tutti, non solo con la propria maggioranza). Grande cerimoniere era Massimo d’Alema, nemico-amico del rottamatore Renzi. Ora più amico che nemico. In quella riforma del Titolo V (recante articoli della Costituzione che specificano le competenze assegnate allo Stato o alle regioni) fu fatto un processo di decentramento amministrativo, cercando di dare competenze statali alle regioni (puntualmente descritte nell’articolo 117). Ora il progetto di Renzi si spinge ancora più oltre, avendo anche la ferma volontà di cancellare il bicameralismo perfetto per introdurre al posto del Senato una camera delle autonomie. Ma andiamo con ordine: in materia di competenze statali, l’obiettivo del governo è quello di creare maggiore flessibilità fra i poteri statali e regionali; ad esempio qualora ci fossero esigenze nazionali, si potrebbe facilmente spostare la competenza regionale in statale, e viceversa, senza avere troppe inutili complicazioni. E’ una parola che va di moda con Renzi, “flessibilità”. L’abbiamo già sentita nominare nello Jobs Act, con un’accezione negativa da parte dei sindacati. E’ uno dei due termini più abusati (e forse a ragione) dall’ex sindaco. L’altro termine è “semplicità”. L’altra importante riforma collegata a quella del Titolo V è, come già detto, l’abolizione del Senato. Per meglio dire, non si tratta di una vera e propria abolizione, bensì una trasformazione. Il Senato sarà composto da circa 120 senatori, ovvero: i presidenti delle regioni, due membri eletti dai consigli regionali, tre sindaci per ogni regione e 21 senatori eletti dal Presidente della Repubblica, con lo stesso criterio con cui venivano scelti i senatori a vita. Il Senato (ovvero l’Assemblea delle Autonomie) non potrà più dare la fiducia ai governi, né potrà avere un ruolo di protagonista nel varo delle leggi, potrà bensì esprimere pareri sulle proposte di legge entro dieci giorni, e da quanto si può leggere dalla bozza diffusa dal ministro Maria Elena Boschi “L’Assemblea delle autonomie rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre, secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni, le Città metropolitane e i Comuni. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea”. Il bicameralismo perfetto rimarrà soltanto quando verranno trattate le riforme costituzionali, e cosa molto importante, verranno eliminate definitivamente le province.

Tutto facile, potrebbe sembrare ad una prima lettura. Ma siamo sicuri che i senatori voteranno la loro abolizione?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

mercoledì 19 marzo 2014

Renzi sfida l'Europa

Ieri Renzi ha parlato alla Camera dei Deputati in vista del vertice UE di oggi e domani. Come già spiegato in conferenza stampa, in presenza della Merkel, il premier ha ribadito che l’Europa non deve essere l’alibi dei nostri problemi. Tuttavia non ha parlato solo di come l’Europa non debba comportarsi con noi. Renzi ha parlato soprattutto del suo progetto europeo, che già aveva in parte espresso nella presentazione al tempio di Adriano del nuovo libro di Massimo D’Alema “Non solo euro”.Un punto importante per l’ex sindaco di Firenze è quello di rivalutare il Mar Mediterraneo, che non deve essere visto come un confine di frontiera. L’Europa, secondo il premier, se ne deve riappropriare, è un mare che deve tornare ad essere il cuore dell’unione. E’ dell’altro ieri infatti la notizia dello sbarco di altri immigrati in Sicilia, salvati dalle forze italiane. Ed è forse il punto più dolente della politica estera europea, perché è un problema che tocca i confini dell’Europa. Confini che vengono ritenuti europei soltanto quando fa comodo. E’ paradossale trovarsi in un’Europa che cerca di esportare la democrazia, ma che non riesce ad accogliere chi la cerca. Renzi ha spiegato così il perché del suo primo viaggio internazionale in Tunisia, fatto apposta per chiarire a tutti quanto egli tenga a ricostruire un’Europa che abbia al centro del proprio progetto il mare Mediterraneo. Il Mare Nostrum, come nell’antica Roma. Ma il punto forse più importante su cui si è soffermato Renzi è quello di migliorare l’Italia per migliorare l’Europa. Infatti secondo il premier è necessario (per non dire obbligatorio), prima di poter dettare la linea all’Europa, avviare quel progetto di riforme presentato dal governo atto a migliorare il mercato del lavoro e l’economia nazionale. Solo una volta fatto ciò, ed avendo così dimostrato che l’Italia è un paese che può davvero comandare in Europa, si può andare a Bruxelles con il coltello dalla parte del manico. E secondo l’ex sindaco di Firenze l’Italia potrebbe essere per un lungo periodo di tempo leader dell’Europa, scavalcando le “concorrenze” di Germania e Francia. Sono già tante le accuse che ha rivolto Renzi all’UE, una su tutte quel tetto massimo del 3% riguardante il deficit/PIL che egli ha definito “anacronistico”. Ma, come già detto, non siamo ancora abbastanza forti per poter dettare legge a paesi come la Germania, la Francia, od altri. E’ difficile poter fare la voce grossa dopo aver visto passare in meno di tre anni quattro governi (Berlusconi, Monti, Letta e Renzi). Pur non potendo ancora dettare legge, Renzi ha però già in mente una cosa fondamentale, che abbiamo capito durante questi ultimi sei anni: la finanza deve essere sottoposta alla politica. E’ inutile fare tanti discorsi di cambiamento se non riusciamo a svincolare la finanza dalla politica. E’ un modo di fare che va avanti da quasi quarant’anni, ed ha portato soltanto maggiori disuguaglianze e più povertà.
E’ questa forse la sfida più grossa per Matteo Renzi. Migliorare l’Italia facendo capire che possiamo essere i protagonisti del cambiamento. E il cambiamento non è uscire dall’euro, come sostiene qualcuno.

Ma è proprio quel “qualcuno” l’ostacolo più grande fra Renzi e l’Europa.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

martedì 18 marzo 2014

Renzi in Europa

L’incontro tanto atteso è avvenuto; Renzi nella giornata di ieri ha incontrato la cancelliera tedesca Angela Merkel, e i due sono diventati subito amici (almeno così è sembrato dall’atteggiamento del premier italiano, che si è rivolto al primo ministro tedesco addirittura chiamandolo per nome).La Merkel, dopo aver esaminato il piano di riforme stilato da Matteo Renzi (ma soprattutto dopo aver ricevuto l’ok da parte del proprio ministro delle finanze Schäuble) si è detta favorevole, a patto però che si rispetti il fiscal compact, tanto a cuore alla Germania. L’Italia, ricorda, presiederà alla commissione per la disoccupazione giovanile, e dunque avrà l’occasione per dimostrare ciò che intende fare nel settore. Durante la conferenza stampa, Renzi sembra essere molto a suo agio, forse troppo, tanto da ricordare per qualche attimo Silvio Berlusconi. Inizia il suo discorso con un “grazie Angela” ma poi si fa subito serio. La prima parte del discorso verte sul ruolo che ha l’Europa nei confronti dell’Italia, egli infatti chiarisce subito che le riforme che ha in mente il governo non vengono fatte per compiacere l’Europa, ma perché “ce lo chiedono i nostri figli”. E’ un’affermazione molto importante, che ribadisce per l’ennesima volta un concetto tanto caro al neo premier, ovvero quello di affermare l’importanza dell’Italia nello scacchiere geo-politico europeo. D’altronde già nell’intervista al TG5 aveva affermato che “l’Italia non è un alunno somaro da mettere dietro la lavagna. Riconquistiamo l’orgoglio di essere italiani”. Una frase che forse potrebbe piacere poco alla sinistra, ma che in questi tempi è assolutamente condivisibile ed utile per dare fiducia al paese. Come in quasi tutte le conferenze stampa (era già successo al congresso del PSE, alla conferenza stampa sullo Jobs Act e ieri con la Merkel), Renzi ha ricordato il suo trascorso da sindaco di Firenze, auspicando un “nuovo rinascimento” per l’Europa, termine assai caro agli intellettuali europei. E’ un fenomeno tutto italiano quello del rinascimento, e non a caso è stato citato dal premier italiano. Certo, c’è una buona percentuale di amor proprio  nell’aver espresso quella frase, ma è un modo per ribadire l’importanza non solo economica dell’Italia nell’Unione, ma anche storica. Inutile ricordare di essere stati fra i padri fondatori dell’Unione Europea. Renzi continua però a rassicurare l’Europa: “L’Italia non chiede di sforare i limiti di Maastricht, non vuole cambiare le regole dando il messaggio che le regole sono cattive e che vengono da qualcuno fuori da noi: le regole ce le siamo date insieme, e sono importanti”. Ma allo stesso tempo, continua, per far ripartire il paese bisogna crescere, bisogna fare cioè quello che i governi precedenti (Monti e Letta) non hanno saputo fare: sì, è opportuno ridurre la spesa pubblica, ma è necessario, oserei dire doveroso, far ripartire l’economia interna, creare più domanda. E su questo neanche la Merkel ha avuto niente da obiettare, sono le basi dell’economia. La Germania, e l’Europa, sono favorevoli a delle riforme che vadano in questo senso, l’importante però è che non si superi quel limite deficit/PIL fissato al 3%, limite invalicabile, come le colonne d’ercole per l’antica grecia. Ma è normale avere questo punto di vista, soprattutto nei confronti di un paese che è sempre stato incapace di fare delle serie riforme, e che negli ultimi tempi ha spesso sfiorato la bancarotta. La Merkel aggiunge che i risultati delle riforme si vedono dopo due-tre anni, di fatto smorzando l’entusiasmo che si era creato intorno al segretario del PD. Renzi, dal canto suo, aggiunge che il suo “Jobs Act” è in realtà apprezzato in Italia, ma non è visto di buon occhio dai sindacati, ai quali dice però che l’unico modo per far ripartire il mercato del lavoro è quello di semplificare il mercato stesso. Detto ciò, non è vero che si viene a creare più precarietà.
Come primo “esame” europeo possiamo affermare che Renzi se la sia cavata abbastanza bene, ricevendo un sì, forse più per disperazione che ottimista, da parte della Merkel, che a quanto è sembrato, si è detta favorevole all’aumento percentuale del deficit/PIL: l’importante è che poi ciò porti qualche risultato buono. La questione più importante nell’incontro di ieri sembra però essere legato alle prossime elezioni europee. Entrambi i premier vivono con terrore la possibile vittoria delle forze anti-europeiste, e stanno correndo subito ai ripari, per evitare il peggio. Di fatti il problema populismo, che rischia di compromettere decenni di lavoro diplomatico, non esiste solo in Italia, ma anche in Germania, dove potrebbe sembrare paradossale il pericolo dell’anti-europeismo.
Il problema, forse, è che sia troppo tardi ora. Oppure no?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

martedì 11 marzo 2014

L'insostenibile leggerezza dell'accordo sull'Italicum. Il PD sfida il PD.

E’ sempre più sottile il filo che collega Forza Italia ed il Partito Democratico sulla legge elettorale. Di fatti oggi sulla votazione per le preferenze (emendamento La Russa) sui 360 potenziali “no”, ce ne sono stati soltanto 299, dunque 61 in meno fra persone assenti e “franchi tiratori”.
Dunque la situazione diventa sempre più rischiosa, se Forza Italia e PD fino a qualche settimana fa sembravano certi del buon esito della legge elettorale, ora sono un po’ più preoccupati. Più preoccupato fra i due partiti è il PD, che si è sempre vantato di essere un partito con tanta, forse troppa, democrazia interna, ma che in questi giorni sembra stare perdendo questa buona tradizione. Un PD che spesso nella sua storia ha visto al proprio interno franchi tiratori (basti ricordare le ultime votazioni per il presidente della Repubblica, il famoso “caso Prodi”), e continua a vederne, come in un incubo senza fine.
In questi giorni infatti il PD è più fragile che mai dalla caduta del governo Prodi nel 2008. Sempre riguardo la legge elettorale, in particolare sulla parità di genere, ci sono stati altri contrasti all’interno del partito, tant'è che Renzi ha chiesto di fare un uso minore del voto segreto. Si vocifera che ci sia stato un significativo faccia a faccia fra Rosy Bindi e Matteo Renzi, con una Bindi perlomeno stizzita dal comportamento del proprio segretario. Cresce la paura nell’ex sindaco di vedere sfumare l’accordo sulla legge elettorale, tanto demonizzata dal parlamento, ma che segnerebbe il primo passo del governo Renzi, il primo passo importante.
Premier che ha chiarito subito “Chi non vota la legge elettorale, lo vada a spiegare al paese”, come se ciò costituisse davvero una minaccia per i parlamentari.
Il segretario dei democratici si è però detto favorevole all’alternanza di genere nelle liste del PD, scrivendo su Facebook che sempre nella sua carriera ha dimostrato di voler mantenere la parità di genere (non ultima la squadra di governo, composta da otto ministri uomini ed otto donne).
Anche riguardo le soglie di sbarramento sono venuti a mancare 101 voti potenziali. Centouno, come i già citati franchi tiratori di Romano Prodi. Coincidenze che tornano. E per soli trentacinque voti non è stato promosso l’emendamento sulle preferenze, mal viste da Silvio Berlusconi. Come già accaduto nella storia della sinistra italiana, bisogna più guardarsi dagli amici che dai nemici.
Riguardo questa considerazione non può non venire in mente Pippo Civati, secondo fra gli sconfitti nella corsa elettorale alla segreteria del partito. Civati teme che con l’accordo con Silvio Berlusconi il PD possa scomparire. Di fatti il PD sta votando contro il suo stesso programma, aggiunge, ed è esterrefatto dalla situazione che si è creata intorno al conflitto d’interesse. E’ di poco fa la notizia per cui la Moretti ha dichiarato “Ci hanno fatto votare contro il conflitto di interessi”. Inutile ricordare quante battaglie il PD, o quel che c’era prima, ha fatto per il conflitto di interessi. Anche Di Battista sembra scongiurare il PD, con parole che sembrano meno cruente del solito ma più supplichevoli, di uccidere una volta per tutte politicamente Silvio Berlusconi, preghiera che non sembra essere ascoltata dai democratici fedeli al neo-premier.


Insomma, PD o non PD? Questo è il solito dilemma. 

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

mercoledì 5 marzo 2014

Con Renzi la cultura va di moda

Quanto tempo è passato dalla storica frase di Tremonti: “Con la cultura non si mangia”?
E quanto tempo è passato dall’ultima volta che un governo ha messo al centro della propria politica la cultura?
Renzi, da sindaco quale è, ha indirizzato le prime azioni di governo verso la rivalutazione della scuola. Ma perché Renzi ha così a cuore la scuola italiana? Soltanto perché ha una moglie che fa l’insegnante? No, non credo, vuol dire poco, anche Profumo (per chi se lo fosse scordato ministro dell’Istruzione del governo Monti) aveva la moglie professoressa liceale,  ma non ha fatto mai nulla per cambiare la situazione.
Renzi, figlio della sua generazione, generazione che ha vissuto l’accrescersi del disfacimento culturale (ad opera, mi è d’obbligo dirlo, di Silvio Berlusconi e delle sue televisioni commerciali), è cresciuto in una società in cui la parte più anziana, legata ancora alla divisione politica della guerra fredda, teneva la cultura come risorsa preziosa, come cibo pregiato, da non far assaggiare ai “profani”, e dall'altra parte c’era una società, quella dei giovani, che paga del benessere economico e dell’avanzare imperante delle tecnologie, sostanzialmente non si curava della cultura, contribuendo alla creazione del disfacimento socio-culturale attuale.
E non poteva iniziare meglio questa “campagna” per la sensibilizzazione alla cultura: “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino trionfa nella notte degli Oscar, aggiudicandosi il premio di “miglior film straniero”.
Immediate le congratulazioni del ministro Franceschini attraverso i tweet.


Già, Pompei. Che fine farà la nostra amata Pompei? Anche se ultimamente sembra che i nostri patrimoni culturali siano più amati all’estero che in patria. A tal proposito vorrei ricordare la vicenda legata alla “tomba del gladiatore”, che scoperta nel 2008, appena quattro anni dopo l’intero sito rischiava di dover essere interrato per la mancanza di fondi. Per far finire la vicenda a lieto fine è dovuto intervenire dagli States Russel Crowe.
Tornando a Pompei, una lenta agonia la sta portando al disfacimento. Giorno dopo giorno cascano piccoli pezzi di muro, mattoni, edifici interi. Franceschini sembra avere tutte le intenzioni migliore per rimediare subito alla situazione, ed ha convocato una riunione di emergenza dopo l’ultimo crollo. Sul sito del Ministero dei Beni Culturali sono apparsi nove punti da attuare. Tra i più significativi spunta l’utilizzo di 2 milioni di euro per la ricostruzione, accelerare la nomina del nuovo soprintendente prof. Massimo Osanna e la sollecita definizione di una convenzione tra Mibact (ministero dei Beni Culturali) e Finmeccanica per fornire servizi e tecnologie sperimentali di rilevamento satellitare volti a prevenire il rischio idrogeologico.
Renzi sembra aver preso molto seriamente a cuore la situazione delle scuole, tanto da spingerlo a promettere fondi pari a 2 miliardi di euro, e a viaggiare per le scuole Italiane per testare la situazione (un atteggiamento molto americano).
Insomma, con Matteo Renzi la cultura va di moda. E speriamo che torni davvero a fare tendenza.


Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

martedì 4 marzo 2014

Il primo scoglio del governo Renzi: l'Italicum

La legge elettorale, il cosiddetto “Italicum” oggi inizia il suo iter processuale, partendo dalla camera. L’Italicum era nato dall’accordo fra Matteo Renzi (allora ancora soltanto segretario del PD) e Silvio Berlusconi (allora già condannato).
L’intesa sembrava d’acciaio, e nulla avrebbe potuto cambiare le sorti della legge elettorale.
Ma nella discussione che inizia oggi e terminerà fra tre giorni, già sono sorti dei problemi. I principali problemi sono nati dalla forza di maggioranza, sotto forma di emendamenti.
L’emendamento Lauricella propone di far entrare in vigore la riforma elettorale insieme alla riforma del senato. Naturalmente, tutto ciò non può giovare a Forza Italia, che vorrebbe andare il più presto possibile alle elezioni, senza aspettare tempo prezioso.
Invece una soluzione del genere farebbe molto comodo alla compagine del governo, che così potrebbe lavorare con più serenità facendo tranquillamente (ma allo stesso tempo in maniera veloce) quelle riforme strutturali utili per il paese.
Tutto ciò non può fare politicamente bene all’opposizione di centro-destra, che vede di buon’occhio la persona Renzi, ma non vuole andare incontro ad una batosta elettorale. E ovviamente più si allontana tale data e più le possibilità crescono.
Inutile ribadire quanto sia forte ora Matteo Renzi (con quasi il 60% di consenso popolare), che qualora riuscisse a fare ciò che ha intenzione di fare, vedrebbe accrescere tale percentuale progressivamente fino alle elezioni.
L’altro emendamento che sta creando tensione fra la maggioranza è l’emendamento D’Attorre. Il bersaniano propone infatti che la legge elettorale sia valida soltanto per un ramo del parlamento, quello della camera. Di fatti nel caso in cui l’emendamento D’Attorre venisse inserito nella legge elettorale, l’entrata a Palazzo Madama sarebbe regolata dall’ex legge elettorale, o per meglio dire da ciò che rimane dopo la decisione della Corte Costituzionale. Ovviamente al PD un sistema puramente proporzionale non sta bene, e dunque è implicita la riforma del bicameralismo.

La risposta di Forza Italia non si fa attendere. Brunetta afferma che una proposta del genere sarebbe incostituzionale, e comunque non pertinente ad un sistema che, ad ora, è di bicameralismo perfetto.
Si potrebbe essere d’accordo con Brunetta, non possiamo commettere lo stesso errore del Porcellum (anche se ho i miei dubbi circa l’”incostituzionalità”) ma ci sarebbe da chiedersi il perché Forza Italia non voglia una soluzione di questo tipo.
Di fatti nel pomeriggio arriva la smentita di Berlusconi, che si rende favorevole all'emendamento D’Attorre. In questo modo il cavaliere riesce di nuovo a rendersi garante delle riforme, e si porta il coltello dalla parte del manico. Avvicinandosi all'ex premier potremmo leggere i suoi pensieri: “Se Renzi non riesce a fare quello che vuole con la sua maggioranza, ci penso io, il vero elemento innovatore da vent'anni a questa parte”

Dunque Berlusconi sembra aver trovato la chiave di volta per prendere voti alle prossime elezioni: aiutare il suo discepolo Renzi per cambiare l’Italia.

L’alunno supererà il maestro?

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony

venerdì 28 febbraio 2014

Verso le elezioni Europee

Come tutti noi sappiamo fra poco più di 100 giorni saremo chiamati a votare per l'elezione del parlamento Europeo. Fra le varie liste che potremo votare, su due vorrei soffermarmi oggi: quelle di sinistra.
Da un lato c'è il PSE (partito socialista europeo) guidato da Martin Schulz (ai più noto come il "kapo" protagonista di un poco simpatico siparietto sempre al parlamento europeo con Berlusconi - da ieri ufficialmente appoggiato dal PD), e dall'altra parte c'è la Lista Tsipras, guidata da, appunto, il leader di Syriza, la forza della sinistra radicale greca, l'unica che sta cercando, e in qualche modo riuscendo, a limitare l'avanzata dei nazisti di Alba Dorata.

Ieri sono stato a Piazza di Pietra, per un flash mob organizzato dalle socialiste europee. A destra potete vedere le foto della giornata di ieri.


Martin Schulz


E' attualmente il presidente del Parlamento Europeo, ed in precedenza aveva rivestito la carica di presidente del gruppo parlamentare dei progressisti.
A 32 anni diventa sindaco, e a 36 anni fu eletto membro del consiglio nazionale del partito. Otto anni dopo entro nel direttivo nazionale del SPD. Poi sempre nel 1999 (cinque anni dopo essere stato eletto deputato europeo) diviene capolista dell'SPD nelle elezioni europee (una carriera veloce, simile a quella di qualcuno che noi già conosciamo).


Alexis Tsipras


Se ho osato avvicinare Schulz a Matteo Renzi, be' c'è da dire che a maggior ragione dovrei avvicinare Renzi a Tsipras. Anzi, le somiglianze con il greco sono molto più numerose rispetto a quelle con il tedesco.
Tsipras si laurea in ingegneria, ma già da adolescente si schiera nelle fila dei Giovani Comunisti Ellenici, per poi entrare a far parte del Synaspismos, dove nel 2004 viene eletto nel Comitato Politico Centrale, a 30 anni.
Nel 2008 diventa presidente del partito, e nel 2009 si presenta con Syriza, prendendo il 4, 6% di preferenze, entrando nel Parlamento Greco.
Dopo aver preso il 16% dei voti alle elezioni del 2012, ed avendo dovuto rinunciare all'incarico di formare un nuovo governo a causa della frammentazione del parlamento greco, alle elezioni del giugno 2012 riceve il 26% dei voti, arrivando secondo. Una scalata elettorale quasi senza precedenti.
A Madrid, nel consiglio della sinistra europea, viene scelto come candidato per le Europee per la sinistra con l'84% dei voti.

Quali sono però le differenze tra i due candidati? Perché, se sono entrambi di sinistra, si candidano in schieramenti diversi (non una novità per la sinistra europea)?
Fondamentalmente le idee sono le stesse, di fondo (e ci mancherebbe altro). Entrambi si sono schierati contro l'austerity, ed entrambi non hanno interesse a distruggere l'euro e l'eurozona, bensì vogliono riformare l'Europa in quanto tale. 
Su internet ho però trovato difficoltà a trovare il programma del PSE, come ovvio che sia, visto che fino al primo Marzo sono a Roma per decidere sul da farsi. Su internet invece è presente il programma della lista Tsipras, che in breve si concentra su una totale riformulazione dell'Europa, della BCE, in modo che presti i soldi agli stati, e non alle banche; contro la morsa nociva dell'austerity, che ha portato ai risultati che abbiamo sotto gli occhi; frenare la speculazione degli intermediari finanziari (riproponendo una legge statunitense del 1929, promulgata dopo la grande crisi); Tsipras chiede inoltre che le "locomotive" dell'Europa si interessino ed aiutino i paesi più in difficoltà, perché andando avanti in questa prospettiva, l'Europa non può che crollare su se stessa. 
Insomma, un programma da sinistra, vero. Un programma che vede le decisioni politiche come protagoniste, non come è successo fino ad ora, dove l'economia l'ha fatta da padrona. Tsipras aggiunge che non bisogna aspettare che la crescita riprenda da sé, ma bisogna invece creare una grande piano di lavoro europeo, atto a ristabilire livelli di piena occupazione nel vecchio continente.

Schulz, come già detto, non ha ancora un programma definito da analizzare, ma, per concludere questo articolo, voglio ricordare che il suo SPD è entrato pochissimi mesi fa nel governo di coalizione con Angela Merkel, e le reazioni si sono già fatte sentire. Schulz ha affermato che non è disposto a criticare la politica della Merkel tout court, per principio. Un'affermazione che potrebbe volgergli contro.

Un fatto balza agli occhi: anche in momenti di forte crisi, la sinistra si divide. Sempre. Che sia fisiologico?

Federico Sconocchia Pisoni





Ombrelli Rossi per il Flash Mob delle socialiste a Piazza di Pietra © Federico Sconocchia Pisoni


mercoledì 26 febbraio 2014

Finalmente Premier

E' fatta: Matteo Renzi è diventato Presidente del Consiglio dei Ministri. Prima di tutto, vorrei ricordare un po' di numeri e date sul personaggio.
Nato a Firenze nel 1975, nel 1999 diventa segretario provinciale del Partito Popolare Italiano, a 24 anni. Nel 2004 diventa presidente della provincia di Firenze, a 29 anni. Nel 2009 diventa sindaco di Firenze, a 34 anni, nel 2013 segretario del Partito Democratico, e nel 2014, il più giovane premier d'Italia, a 39 anni. 

La giornata di ieri non è stata facile per Matteo Renzi, che ha dovuto ripetere il discorso per la fiducia alla camera, tenendo conto delle accortezze, suggeritegli sotto forma di aspre critiche, dalle opposizioni, ma anche dalla maggioranza. La disinvoltura del personaggio non è piaciuta al palazzo, alla casta, ma neanche ai giornali, che hanno marcato l'accento sulla mano in tasca, o su altri atteggiamenti poco convenzionali. Ma lui non poteva certo esprimersi come si esprimevano altri premier del passato. Già è tanto che sia arrivato fino a lì in quel modo, ora non può tradirsi subito improvvisamente dopo che per anni si è considerato il "rottamatore". 
Durante il discorso (che ha fatto a braccio, senza nulla o ben poco di scritto), non si è riservato di fare battute sul Movimento Cinque Stelle, ma ha anche voluto aprire ai pentastellati, con lo scambio di bigliettini fatto con Di Maio, in cui, sostanzialmente, Renzi cercava ancora una volta di aprire una porta, di costruire un ponte con i grillini, i quali però non hanno, ovviamente, accettato. E anzi, come c'era da aspettarsi (e come sapeva benissimo Renzi) hanno pubblicato tutto online. 
Ancora una volta hanno fatto il gioco del segretario democratico, che è passato ai più come colui che effettivamente vuole fare quelle riforme fondamentali per il paese con l'aiuto di tutti, non solo di Berlusconi, e tenendo conto delle critiche di tutti. Ma allo stesso tempo fa passare il messaggio che è impossibile fare ciò per l'arroccamento ingiustificato dei grillini che non si capisce bene a che gioco stiano giocando.
Ovvero, si capisce alla perfezione il loro gioco, spingere fino alla disperazione il paese per poter governare, ma credo (anzi, spero) che con Renzi ciò non potrà accadere. Perché checché se ne dica, Renzi rimane sempre il rottamatore, o meglio, colui che si pone contro il palazzo, contro la lentezza della politica, e da sindaco vuole, e deve, aiutare la gente. Il lavoro sarà arduo, ma se si comporterà come si è sempre comportato, se non finirà questa sua spinta propulsiva verso il cambiamento, be', probabilmente nei prossimi anni assisteremo ad un ennesimo ventennio di protagonismo. 
Non so dirvi se sarà positivo o meno, o almeno, quanti lo reputeranno positivo e quanti no (salvo che appunto accada, ovviamente), ma c'è un'alta probabilità che la storia vada verso quella direzione.

Nella giornata di ieri molti commentatori hanno detto che i veri protagonisti sono stati Bersani e Letta, i due sconfitti, applauditi dal palazzo (soprattutto Bersani, ma non perché riconosciuto in quanto "casta", piuttosto credo per il fatto di essere tornato dopo il preoccupante intervento a cui si è dovuto sottoporre al cervello). Altri si sono lamentati con Renzi per aver parlato troppo ai telespettatori a casa e poco ai deputati lì presenti (come era successo nel discorso al senato), ed è vero, ma è proprio quello che voleva fare il fiorentino. 

A Ballarò ieri sera, Floris intervistando Renzi, ha chiesto al neo-premier se ci si sarebbe più fidati della sua persona, dopo la vicenda degli hashtag "#enricostaisereno" et similia. Renzi si è detto certo che nel futuro prossimo verrà resa nota la storia che ha portato lui a diventare premier, perché, afferma, qualcuno ha spinto sull'acceleratore affinché destituisse Letta e diventasse premier. Non so se essere particolarmente preoccupato da questo fatto o prenderla più alla leggera, perché letta in questa maniera potrebbe davvero significare di tutto. Potrebbe avere ragione Grillo riguardo le lobby al potere (e questo si collegherebbe all'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, che in america un po' di problemi collegati alle lobby di potere li sta portando), come potrebbe essere semplicemente un atto di responsabilità visto lo stallo del governo, che non riusciva più a fare nulla. Ma probabilmente la verità è un'altra: in questo momento sono parecchio preoccupato, perché forse in questi giorni più che mai si stanno decidendo le sorti di questo paese, riguardo varie tematiche, politica, potere, europa. Ricordo che se Renzi fallirà in questa sua esperienza, probabilmente non ci saranno più ostacoli non solo per i cinque stelle, ma anche e soprattutto per l'anti-europeismo. E se i legami con l'Europa diverranno sempre più fragili -o peggio porteranno ad una clamorosa, quanto credo improbabile, uscita dalla zona euro- allora saranno veramente guai. Questo potrebbe essere il vero motivo per cui Renzi ha spinto l'acceleratore, evitare cioè che il 25 maggio le forze anti-europeiste dilaghino. Purtroppo nessuno di noi ha la palla di vetro, e tocca stare alla finestra ad aspettare che il tempo ci porti informazioni sul passato.

Ma forse sarà troppo tardi.

Federico Sconocchia Pisoni.

lunedì 24 febbraio 2014

Twitter Renzi. Renzi attraverso i tweet.

Che Renzi sia giovane, è fuor di dubbio. E che usi twitter, oltre che essere un segno distintivo anche della sua generazione, non è una novità. Dunque ho deciso di analizzare questi scarsi dieci giorni che hanno segnato l'ascesa del giovane ex-sindaco di Firenze attraverso i suoi tweet.


Questo è il tweet che Matteo Renzi ha lanciato in rete dopo il voto della direzione PD che ha costretto alle dimissioni Enrico Letta. Per gli amanti del passato, questo tweet non può che ricordare le parole di D'Alema, "un paese normale", il D'Alema tanto disprezzato da Renzi, nella prima fase "rottamatrice".
D'Alema nel 1995 scrisse un libro (assieme a Gianni Cuperlo) in cui descriveva il suo anno da segretario del PdS, che a suo modo era anche un manifesto, un manifesto della sinistra un po' atipico. Di fatti le parole chiave erano "tranquillità" "sicurezza" "normalità" "stabilità", un gergo non molto familiare alla sinistra pre-1989 (e che, possiamo affermarlo con tranquillità, non sarebbe piaciuto a chi la sinistra l'ha inventata, Karl Marx).
D'Alema si scagliava in quel periodo contro il "nuovismo" a tutti i costi, auspicando un'Italia, appunto, normale, affermando che "Il vero cambiamento e' quello che ha radici, e un legame, con il passato".

Renzi, almeno a parole, rappresenta totalmente il contrario, e in quel tweet esprime tutta la sua vena innovatrice. Almeno nell'uso dell'hashtag.


Questo è il famoso tweet dopo l'altrettanto famoso quarto d'ora di intenso dialogo fra Renzi e Grillo, durante le consultazioni. Dell'avvenimento ne ho già parlato qui, ma, come mi sono ripromesso. oggi intendo analizzare il tweet in sé. 
E' uno dei tweet più politici mai scritti da Renzi, che, senza mezzi termini, punta all'elettorato deluso dai cinque stelle. Ma d'altronde non era una novità, e Grillo gli ha forse servito, con quell'appuntamento streaming, l'assist del secolo. 
Li considera amici i "nemici", una mossa per lui usuale. Spesso ha difeso la sua politica di cercare di prendere i voti degli avversari (come si dovrebbe fare in politica, del resto), andando severamente contro chi la pensasse in maniera differente, andando contro la "superbia" della sinistra.
Infine, da considerare è l'ultima frase "vi prometto che cambieremo l'Italia, anche per voi". Nulla di nuovo, ma in queste poche parole è insita tutta la supponenza (genuina? Non genuina?) del leader toscano, che è certo, come sono certi i suoi conterranei, di poter fare un ottimo lavoro in questa sua esperienza romana.
Ai posteri l'ardua sentenza.


Eccolo qui il primo tweet da premier (ancora in cerca della fiducia). Una sorta di ringraziamento a chi gli è stato sempre vicino. Renzi non nasconde la difficoltà del compito, ma allo stesso tempo è sicuro di potercela fare, come? Come nel primo tweet, con la semplicità. Non mi ci sono soffermato abbastanza prima, ma questo è il termine che più può contraddistinguere l'operato renziano. Spesso lo abbiamo sentito parlare di semplicità: semplificare la burocrazia, semplificare il dibattito politico, e via discorrendo. 
C'è anche una buona iniezione di fiducia, "ce la faremo" dice, e perché? Perché siamo l'Italia, semplicemente (verrebbe da dire). 
Il tweet in sé è di una semplicità e banalità quasi mostruosa, un tweet che riesce a far capire, non dicendo nulla di "politico", che lui le idee ce le ha chiare, sa come cambiare il paese e lo farà. Uno dei punti di forza di Matteo Renzi, la comunicazione.














Non c'è molto da aggiungere a questo tweet. Per l'ennesima volta ricorre il termine "semplice" nella forma avverbiale. Non me la sento di dire che è un modo per puntare al cuore della gente, scosso ancora dalla vicende dei due marò. E' la prima volta da premier che introduce uno dei punti del suo governo: liberare i marò. Facendo, semplicemente, di tutto. Ma servirà fare soltanto "semplicemente" di tutto? Forse le cose sono un po' più complicate di come appaiono.




L'ultimo tweet che andrò ad analizzare è questo, in cui Renzi ci dice che sta lavorando con il suo amico Delrio ai dossier (chissà quali poi). Questa volta non c'è spazio per la semplicità, ma soltanto con metodo, come se tutti i politici arrivati fino ad ora (da vent'anni a questa a parte, almeno) avessero sbagliato soltanto perché avevano sbagliato il metodo. Una visione verrebbe da dire Comtiana, positivista. Se si azzecca il metodo, si risolvono i problemi, la questione è tutta lì. 
"Concretezza da sindaci". Finalmente esplicita il perché della sua supponenza, e spiega la "semplicità" che aveva contraddistinto i suoi tweet precedenti. Secondo un semplice sillogismo, i sindaci stanno vicino alla gente e riescono a risolvere i problemi, io sono sindaco (come Delrio), io risolvo i problemi. Sì, questo può essere giusto, ma io che abito a Roma vedo che i sindaci (almeno quelli delle grandi città) difficilmente riescono a risolvere i problemi. Ma non perché non ne abbiano voglia (spesso è stato così), ma semplicemente, perché la realtà è più complessa di quanto la si voglia vedere.
E allora, caro Renzi, basta "annunci spot", e al lavoro. Con metodo, semplicità e concretezza da sindaci.

E che Dio ce la mandi buona.


Federico Sconocchia Pisoni