Nella giornata di ieri, Matteo Renzi ha parlato con Vasco Errani (presidente della conferenza delle Regioni) per discutere assieme della riforma del Titolo V della costituzione,
riforma che andrà di pari passo con quella del Senato. Il premier ha
chiesto ad Errani di collaborare, stimolando la conferenza a dare
consigli su come migliorare il testo della riforma. Ma di che cosa si tratta nello specifico? L’idea di riformulare il Titolo V non è un’idea nuova, di fatti una riforma in tal senso fu avviata con la terza bicamerale del 1997,
e portata a termine poi nel 2001 a maggioranza dalla sinistra (per
inciso questo avvenimento è spesso citato da Renzi per giustificare
l’accordo con Berlusconi sulla legge elettorale,
ribadendo il fatto che le “regole del gioco” vanno fatte con tutti, non
solo con la propria maggioranza). Grande cerimoniere era Massimo d’Alema,
nemico-amico del rottamatore Renzi. Ora più amico che nemico. In quella
riforma del Titolo V (recante articoli della Costituzione che
specificano le competenze assegnate allo Stato o alle regioni) fu fatto un processo di decentramento amministrativo, cercando di dare competenze statali alle regioni (puntualmente descritte nell’articolo 117). Ora il progetto di Renzi si spinge ancora più oltre, avendo anche la ferma volontà di cancellare il bicameralismo perfetto per introdurre al posto del Senato una camera delle autonomie. Ma andiamo con ordine: in materia di competenze statali, l’obiettivo del governo è quello di creare maggiore flessibilità fra i poteri statali e regionali;
ad esempio qualora ci fossero esigenze nazionali, si potrebbe
facilmente spostare la competenza regionale in statale, e viceversa,
senza avere troppe inutili complicazioni. E’ una parola che va di moda
con Renzi, “flessibilità”. L’abbiamo già sentita nominare nello Jobs Act,
con un’accezione negativa da parte dei sindacati. E’ uno dei due
termini più abusati (e forse a ragione) dall’ex sindaco. L’altro termine
è “semplicità”. L’altra importante riforma collegata a quella del Titolo V è, come già detto, l’abolizione del Senato. Per meglio dire, non si tratta di una vera e propria abolizione, bensì una trasformazione. Il Senato sarà composto da circa 120 senatori, ovvero: i
presidenti delle regioni, due membri eletti dai consigli regionali, tre
sindaci per ogni regione e 21 senatori eletti dal Presidente della
Repubblica, con lo stesso criterio con cui venivano scelti i senatori a vita. Il Senato (ovvero l’Assemblea delle Autonomie) non potrà più dare la fiducia ai governi, né potrà avere un ruolo di protagonista nel varo delle leggi, potrà bensì esprimere pareri sulle proposte di legge entro dieci giorni, e da quanto si può leggere dalla bozza diffusa dal ministro Maria Elena Boschi “L’Assemblea
delle autonomie rappresenta le istituzioni territoriali. Concorre,
secondo modalità stabilite dalla Costituzione, alla funzione legislativa
ed esercita la funzione di raccordo tra lo Stato e le Regioni, le Città
metropolitane e i Comuni. Partecipa alle decisioni dirette alla
formazione e all’attuazione degli atti normativi dell’Unione europea”. Il bicameralismo perfetto rimarrà soltanto quando verranno trattate le riforme costituzionali, e cosa molto importante, verranno eliminate definitivamente le province.
Tutto facile, potrebbe sembrare ad una prima lettura. Ma siamo sicuri che i senatori voteranno la loro abolizione?
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
Pensieri e parole di un grande blogger italiano. In futuro. Forse. Blogger?
Visualizzazione post con etichetta italicum. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta italicum. Mostra tutti i post
giovedì 20 marzo 2014
martedì 11 marzo 2014
L'insostenibile leggerezza dell'accordo sull'Italicum. Il PD sfida il PD.
E’ sempre più sottile il filo
che collega Forza Italia ed il Partito Democratico sulla legge elettorale. Di
fatti oggi sulla votazione per le preferenze (emendamento La Russa) sui 360
potenziali “no”, ce ne sono stati soltanto 299, dunque 61 in meno fra persone
assenti e “franchi tiratori”.
Dunque la situazione diventa
sempre più rischiosa, se Forza Italia e PD fino a qualche settimana fa
sembravano certi del buon esito della legge elettorale, ora sono un po’ più
preoccupati. Più preoccupato fra i due partiti è il PD, che si è sempre vantato
di essere un partito con tanta, forse troppa, democrazia interna, ma che in
questi giorni sembra stare perdendo questa buona tradizione. Un PD che spesso
nella sua storia ha visto al proprio interno franchi tiratori (basti ricordare
le ultime votazioni per il presidente della Repubblica, il famoso “caso Prodi”),
e continua a vederne, come in un incubo senza fine.
In questi giorni infatti il PD
è più fragile che mai dalla caduta del governo Prodi nel 2008. Sempre riguardo
la legge elettorale, in particolare sulla parità di genere, ci sono stati altri
contrasti all’interno del partito, tant'è che Renzi ha chiesto di fare un uso
minore del voto segreto. Si vocifera che ci sia stato un significativo faccia a
faccia fra Rosy Bindi e Matteo Renzi, con una Bindi perlomeno stizzita dal
comportamento del proprio segretario. Cresce la paura nell’ex sindaco di vedere
sfumare l’accordo sulla legge elettorale, tanto demonizzata dal parlamento, ma
che segnerebbe il primo passo del governo Renzi, il primo passo importante.
Premier che ha chiarito subito “Chi
non vota la legge elettorale, lo vada a spiegare al paese”, come se ciò
costituisse davvero una minaccia per i parlamentari.
Il segretario dei democratici
si è però detto favorevole all’alternanza di genere nelle liste del PD,
scrivendo su Facebook che sempre nella sua carriera ha dimostrato di voler
mantenere la parità di genere (non ultima la squadra di governo, composta da
otto ministri uomini ed otto donne).
Anche riguardo le soglie di
sbarramento sono venuti a mancare 101 voti potenziali. Centouno, come i già
citati franchi tiratori di Romano Prodi. Coincidenze che tornano. E per soli trentacinque
voti non è stato promosso l’emendamento sulle preferenze, mal viste da Silvio
Berlusconi. Come già accaduto nella storia della sinistra italiana, bisogna più
guardarsi dagli amici che dai nemici.
Riguardo questa considerazione
non può non venire in mente Pippo Civati, secondo fra gli sconfitti nella corsa
elettorale alla segreteria del partito. Civati teme che con l’accordo con
Silvio Berlusconi il PD possa scomparire. Di fatti il PD sta votando contro il
suo stesso programma, aggiunge, ed è esterrefatto dalla situazione che si è
creata intorno al conflitto d’interesse. E’ di poco fa la notizia per cui la
Moretti ha dichiarato “Ci hanno fatto votare contro il conflitto di interessi”.
Inutile ricordare quante battaglie il PD, o quel che c’era prima, ha fatto per
il conflitto di interessi. Anche Di Battista sembra scongiurare il PD, con
parole che sembrano meno cruente del solito ma più supplichevoli, di uccidere
una volta per tutte politicamente Silvio Berlusconi, preghiera che non sembra
essere ascoltata dai democratici fedeli al neo-premier.
Insomma, PD o non PD? Questo è
il solito dilemma.
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
Etichette:
berlusconi,
civati,
di battista,
fdi,
italicum,
l'insostenibile leggerezza dell'essere,
la russa,
M5S,
matteo renzi,
moretti,
PD,
PDL,
presidente della repubblica,
renzi,
romano prodi,
rosy bindi
lunedì 10 marzo 2014
Lotta di genere - La parità di genere nell'Italicum
Non bastavano le varie
polemiche sull’emendamento D’Attorre che prevedeva di formulare la legge
elettorale soltanto per la camera e non per il senato, oppure la disputa sulle
preferenze. A creare ostacoli all’iter della legge elettorale ci si è messo
anche il problema della parità di genere.
Intendiamoci, è una battaglia
sacrosanta, che vede una vera e propria lotta di genere fra i parlamentari e le
parlamentari di tutti gli schieramenti politici.
Angelino Alfano apre ad una
soluzione, dicendosi favorevole ad una parità elettiva fra donne e uomini, ma,
aggiunge, se ciò dovesse compromettere l’intera legge elettorale ed il suo
percorso legislativo, farebbe un passo indietro.
Nei giorni precedenti alcune
parlamentari hanno scritto una lettera comune per sensibilizzare l’intero
parlamento sulla vicenda, e sull’importanza che ha un’effettiva parità di
genere. Si legge:
“Siamo
convinte che non sia possibile
varare una nuova legge senza prevedere regole cogenti per promuovere la
presenza femminile nelle istituzioni e per dare piena attuazione all'articolo 3
e all'articolo 51 della Costituzione.”
E’ nato un movimento trasversale, che comprende
le donne di tutti i partiti. Anche la presidente della Camera, Laura Boldrini,
ha affermato che se non sarà sciolto il nodo della parità di genere, questa
legge elettorale potrebbe farci fare un passo indietro, piuttosto che lanciarci
in un nuovo orizzonte politico.
Giovanni Toti anche apre al
confronto sulla questione, smentendo un atteggiamento assunto dai parlamentari
Forza Italia dei giorni precedenti. Di fatti continuano ad essere forti i
pressing a Berlusconi, molti parlamentari chiedono al cavaliere di mantenere
una posizione di rifiuto; tuttavia ciò potrebbe ritorcersi contro Forza Italia
dando forza agli altri schieramenti politici, compreso il PD di Renzi.
Anche il Presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano ha detto la sua, non prettamente sulla legge
elettorale, ma più in generale sul sessismo in politica che egli reputa un
“virus da estirpare”.
I partiti che hanno invece
preso in maniera chiara le distanze dal dibattito sono stati la Lega Nord e il
Movimento Cinque Stelle: il primo perché non avendo deputate donne non ha evidentemente
alcun interesse in merito alla questione, il secondo perché semplicemente non
si trova d’accordo con la proposta dell’emendamento.
Personalmente non sono
d’accordo con la proposta avanzata in parlamento. Il nocciolo del problema è
che arrivati nel 2014 nessuno dovrebbe mettere in discussione la parità di
genere; purtroppo invece è spesso sotto gli occhi di tutti quanto sia diseguale
il rapporto uomo-donna. E’ diventato dunque necessario e doveroso inserire la
parità di genere nella legge elettorale. Rimane, tuttavia, inaccettabile che
ancora si debba mettere per iscritto una cosa del genere. Inoltre,
paradossalmente, questa legge potrebbe rivolgersi contro la tanta amata e
richiesta democrazia (non che ora con la nuova legge si faccia un passo avanti
in questo senso), perché un politico non
dovrebbe entrare in parlamento soltanto in quanto avente l’organo femminile, ma
perché portatore di proprie idee e valori.
Quanto tempo passerà prima che
si arrivi al futuro?
Federico Sconocchia Pisoni -
@fedescony
Etichette:
alfano,
berlusconi,
boldrini,
d'attorre,
emendamento parità di genere,
grillo,
italicum,
lega nord,
legge elettorale,
movimento cinque stelle,
parità di genere,
renzi
martedì 4 marzo 2014
Il primo scoglio del governo Renzi: l'Italicum
La legge elettorale, il cosiddetto “Italicum” oggi inizia il
suo iter processuale, partendo dalla camera. L’Italicum era nato dall’accordo
fra Matteo Renzi (allora ancora soltanto segretario del PD) e Silvio Berlusconi
(allora già condannato).
L’intesa sembrava d’acciaio, e nulla avrebbe potuto cambiare
le sorti della legge elettorale.
Ma nella discussione che inizia oggi e terminerà fra tre
giorni, già sono sorti dei problemi. I principali problemi sono nati dalla
forza di maggioranza, sotto forma di emendamenti.
L’emendamento Lauricella propone di far entrare in vigore la
riforma elettorale insieme alla riforma del senato. Naturalmente, tutto ciò non può
giovare a Forza Italia, che vorrebbe andare il più presto possibile alle
elezioni, senza aspettare tempo prezioso.
Invece una soluzione del genere farebbe molto comodo alla
compagine del governo, che così potrebbe lavorare con più serenità facendo
tranquillamente (ma allo stesso tempo in maniera veloce) quelle riforme
strutturali utili per il paese.
Tutto ciò non può fare politicamente bene all’opposizione di
centro-destra, che vede di buon’occhio la persona Renzi, ma non vuole andare
incontro ad una batosta elettorale. E ovviamente più si allontana tale data e
più le possibilità crescono.
Inutile ribadire quanto sia forte ora Matteo Renzi (con
quasi il 60% di consenso popolare), che qualora riuscisse a fare ciò che ha
intenzione di fare, vedrebbe accrescere tale percentuale progressivamente fino
alle elezioni.
L’altro emendamento che sta creando tensione fra la maggioranza
è l’emendamento D’Attorre. Il bersaniano propone infatti che la legge
elettorale sia valida soltanto per un ramo del parlamento, quello della camera.
Di fatti nel caso in cui l’emendamento D’Attorre venisse inserito nella legge
elettorale, l’entrata a Palazzo Madama sarebbe regolata dall’ex legge
elettorale, o per meglio dire da ciò che rimane dopo la decisione della Corte
Costituzionale. Ovviamente al PD un sistema puramente proporzionale non sta
bene, e dunque è implicita la riforma del bicameralismo.
La risposta di Forza Italia non si fa attendere. Brunetta
afferma che una proposta del genere sarebbe incostituzionale, e comunque non
pertinente ad un sistema che, ad ora, è di bicameralismo perfetto.
Si potrebbe essere d’accordo con Brunetta, non possiamo
commettere lo stesso errore del Porcellum (anche se ho i miei dubbi circa
l’”incostituzionalità”) ma ci sarebbe da chiedersi il perché Forza Italia non
voglia una soluzione di questo tipo.
Di fatti nel pomeriggio arriva la smentita di Berlusconi,
che si rende favorevole all'emendamento D’Attorre. In questo modo il
cavaliere riesce di nuovo a rendersi garante delle riforme, e si porta il
coltello dalla parte del manico. Avvicinandosi all'ex premier potremmo leggere i suoi pensieri: “Se Renzi non riesce a fare quello che vuole
con la sua maggioranza, ci penso io, il vero elemento innovatore da vent'anni a questa parte”
Dunque Berlusconi sembra aver trovato la chiave di volta per
prendere voti alle prossime elezioni: aiutare il suo discepolo Renzi per
cambiare l’Italia.
L’alunno supererà il maestro?
Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony
Etichette:
brunetta,
camera,
camera dei deputati,
d'attorre,
elezioni,
italicum,
lauricella,
legge elettorale,
matteo renzi,
palazzo madama,
porcellum,
renzi,
Silvio Berlusconi
Iscriviti a:
Post (Atom)