lunedì 31 marzo 2014

Renzi è troppo alto per essere un dittatore!

Rodota Grillo e Zagrebelsky hanno paura che Renzi possa prendere una svolta autoritaria, come provò a fare Berlusconi varie volte, sempre attraverso vie diplomatiche e legali. 
Ma Renzi non potrà mai diventare un dittatore! 
Vi spiego perché: sì, certo, le facce buffe le fa, e ha anche una buona dose di egocentrismo e superbia in sé, però molte cose in lui non vanno.
Anzitutto è troppo alto. Da quello che ho letto è alto all'incirca 1.85, mentre Mussolini e Berlusconi non arrivavano al metro e settanta. Hitler arrivava al metro e settantré mentre ritengo inutile ricordare l'altezza di Napoleone.
Chi invece è più basso del metro e settanta (una sorta di "soglia di sbarramento" per avere i requisiti fisici per essere dittatore) è proprio lui, l'immenso Beppe Grillo, che ha già svelato le sue intenzioni manifestando la volontà di una "dittatura sobria". 
Ok, con questo articolo ho fatto un assist clamoroso a tutti coloro che avvicinano Grillo ad Hitler. Contattatemi in privato che vi scrivo l'IBAN. 
Insomma, non parlate a vanvera, Renzi non può essere dittatore, facciamocene una ragione!

sabato 29 marzo 2014

Slogan perdenti

Quando Renzi ha parlato di "Yes we can" qualche giorno fa con Obama, dicendo che deve valere anche per noi oggi, ho tremato di paura. Un deja-vu, un incubo che sta riprendendo vita. Me lo ricordo quello slogan io, ed ahimé stavo anche al Circo Massimo quando Veltroni fece uno (se non l'ultimo) dei comizi prima del voto alle politiche del 2008. Dall' "I care" allo "Yes we can" obamiano, un insuccesso clamoroso. 
La ferma volontà della sinistra italiana di copiare il successo degli altri. Qui non funziona, ma nessuno sembra capirlo, anche lo stesso Renzi. 
Diciamo però che, volendo fare del sano "amarcord", il più grande disastro mediatico ci fu con Occhetto e la "gioiosa macchina da guerra". Fu il più clamoroso perché la sinistra democratica dopo secoli di sconfitte elettorali (più o meno cocenti) era convinta di vincere. Ma proprio ieri ricorreva l'anniversario della prima storica vittoria elettorale di Silvio Berlusconi.

Insomma, Renzi, smettila con gli sloga vincenti e vinci davvero queste benedette elezioni, quando ci saranno. 
Ma sono sicuro che Renzi dimostrerà di non essere "slogan e distintivi".


venerdì 28 marzo 2014

Renzi convince anche Obama

Dopo aver incontrato il Papa e Giorgio Napolitano, il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incontrato anche il Presidente del Consiglio Italiano Matteo Renzi. Il discepolo ha avuto finalmente l’occasione di incontrare il maestro, e per discepolo non intendo solo Renzi, ma più in generale l’intera ala della sinistra democratica italiana, dal 2007 raccolta sotto il nome di “Partito Democratico”. Già dalla vittoria alle elezioni presidenziali americane del 2008 il personaggio Obama si era guadagnato la stima dei militanti democratici, con tanto di Obama Night al tempio di Adriano (piazza di Pietra), con la “notte della grande scelta” alla quale partecipò tutta la nomenclatura ex Pci, Pds, Margherita, ovvero il segretario del Pd, Walter Veltroni, il vicesegretario Dario Franceschini, i ministri ombra e i dirigenti del partito. Anche nella giornata di oggi è stato fatto un riferimento al passato, da parte di Matteo Renzi, che ha affermato: “Lo ‘Yes we can’ vale anche per noi oggi”. Battuta infelice per il segretario dei democratici, visto che lo slogan fu già riusato dallo stesso Veltroni per le elezioni del 2008, con il risultato che tutti noi sappiamo. “Tutti i giornalisti italiani sanno che Obama non solo è il presidente Usa: per me e la mia squadra è fonte di ispirazione” ha continuato Renzi, aggiungendo anche che “‘L’Europa ha bisogna di crescita e occupazione”. E questo è il punto forte della politica di Renzi, che sta cercando in tutti i modi di non far vincere alle prossime elezioni europee i partiti populisti anche forzando la mano in Europa. Oggi è arrivato dunque anche l’endorsment di Obama, che oltre ad essere contento dell’energia che ha l’ex sindaco di Firenze, sta anche appoggiando la sua lotta contro l’austerity. Infatti il Presidente degli States, da bravo americano figlio del New Deal, ha dichiarato “Il dibattito fra crescita e austerity è sterile: le finanze pubbliche devono essere in ordine ma più si cresce e più i conti sono in ordine”. Renzi durante la giornata si lascia anche a frasi sentimentalistiche e nostalgiche: “I nostri nonni hanno combattuto per l’Europa, gli Usa hanno combattuto per salvare la democrazia in Europa. Mia mamma piangeva davanti alle immagini del crollo del muro di Berlino. Serve un percorso di unificazione dell’Europa in cui l’Europa sia terra di cooperazione ma anche di crescita e occupazione”. Obama dà dunque il suo ok all’operato di Renzi, dando anche il suo appoggio sulla questione dei marò, questione molto importante, che sembra non prendere una decisiva strada verso la risoluzione. Questa visita è stata anche l’occasione per Obama di riaffermare la disponibilità degli USA a vendere il gas all’Europa, sostituendosi alla Russia eterno nemico, ora più che mai anche nel commercio. Il presidente ha avuto da ridire sulla spending review non solo Italiana, ma più in generale anche europea: “Riconosco che in Europa ci sono opportunità per maggiore efficienza e rendimento nel settore militare, ma c’è un certo impegno irriducibile che i Paesi devono avere se vogliono essere seri nell’alleanza Nato e nella Difesa”. Dunque sembrerebbe una bocciatura anche ai tagli voluti dalla Difesa, soprattutto agli F35. Una giornata intensa chiusa nel modo più americano possibile, il giro nel Colosseo, una visita che ha paralizzato la città con la guida del Ministro della Cultura Dario Franceschini. Il Colosseo lo ha incantato, tanto da fargli esclamare “Eccezionale, incredibile… è più grande di alcuni degli attuali stadi di baseball!”. E per un americano dire una frase del genere è qualcosa che va oltre il semplice complimento. Nonostante tutto la visita di Obama a Roma è stata una visita fondamentale per il cammino che vuole intraprendere l’Italia come protagonista europea e non solo, come vuole il premier Renzi. Premier Renzi che dopo aver incantato molti italiani, dopo aver incantato i partner europei, sembra aver incantato anche Obama. Che sia un predestinato? 

Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

giovedì 27 marzo 2014

Obama dribbla Renzi e punta al Papa.

Il giorno tanto atteso è finalmente arrivato: Obama è in Italia. Noi vi terremo informati sull’evento per tutta la sua durata, un evento ha messo in ginocchio quasi tutta Roma, visto che il presidente deli Stati Uniti d’America toccherà vari luoghi della città. Pernotterà a Villa Taverna, nel quartiere Parioli, per tutta la durata della visita; andrà al Quirinale, per parlare col presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ed infine parlerà con il premier Matteo Renzi. Ma l’incontro più atteso (soprattutto dalla stampa americana) è quello con Papa Bergoglio. Infatti lo scopo dell’intera visita sembra essere proprio quello di discutere oggi alle 10.30 con il Vescovo di Roma, piuttosto che parlare con le istituzioni politiche Italiane. Ma perché? 

Anzitutto occorre dire che molti personaggi che circondando il Presidente Obama sono cattolici (ed anche lo stesso presidente in gioventù ha collaborato con istituzioni cattoliche): è cattolico John Kerry, il Segretario di Stato, è cattolico Joe Biden, vicepresidente degli States, è cattolico il capo dello staff Denis McDonough, ma è anche cattolica Kathleen Sebelius, segretario della Salute e dei Servizi Umani (corrispondente al nostro Ministero della Salute), che è stata, ed è, al centro del dibattito per la riforma sanitaria (il cosiddetto “Obamacare”), che fra le tante novità proponeva anche di comprendere i costi dei contraccettivi nelle polizze sanitarie dei dipendenti (novità che sembra non piacere affatto all’élite cattolica americana). 


Come è ovvio non si toccheranno temi di carattere etico come il diritto all’aborto, dato che le posizioni dei due sono agli antipodi (come è ovvio che sia), ma la discussione verterà prevalentemente su Siria ed Ucraina, due temi principi per entrambi. Obama tiene particolarmente a questa visita perché all’elezione di Bergoglio hanno contribuito i Vescovi nord-americani, che hanno spinto parecchio per eleggere un Papa “vicino”, nato in Argentina, in Sud-America.Come se con quell’elezione si volesse sfidare (ma ovviamente non si può definire “sfida”) la supremazia europea ed italiana storica nelle elezioni papali. Ciò che più colpisce Obama è come il Papa affronti il tema degli ultimi, cosa che evidentemente non sembrava fare Benedetto XVI, come Bergoglio stia cercando di eliminare tutti quei privilegi acquisiti dalla Chiesa Cattolica durante la sua storia millenaria, compito arduo ma non impossibile. Obama, si potrebbe paradossalmente affermare, vede in Francesco una guida da seguire, vede nel Papa e nelle sue parole un modo per poter cambiare il mondo.  E non è un mistero che spesso Francesco I venga citato dal Presidente degli Stati Uniti d’America. Non me ne voglia Renzi, ma forse il premier è più la scusa che non lo scopo di questo viaggio.


 Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

martedì 25 marzo 2014

Credere in Renzi per fermare Le Pen

Ieri il premier Matteo Renzi è stato al congresso sul nucleare all’Aja. Ma non si è discusso solo del problema del nucleare. Anzitutto il premier ha incassato l’endorsment del premier giapponese Abe, il quale a suo tempo era stato criticato in patria per un progetto di riforme radicale di portata simile a quello che ha in mente Renzi. Ma indubbiamente al centro del dibattito politico europeo non può che far scalpore e paura l’avanzata minacciosa del partito di estrema destra di Marine Le Pen, che ha registrato il 4,6% con il suo Front National. E’ un dato particolarmente significativo, visto che il suo partito era candidato in soli 600 dei 36000 comuni chiamati al voto (in percentuale si potrebbe dire che abbia preso il 27,6 %). Anche di questo ha parlato Renzi alla stampa, dicendo che se l’Europa non permetterà che i paesi (come l’Italia) crescano economicamente, l’esito non potrà che essere simile a quello avuto in Francia. Non ci si può fermare a discutere sullo “zero virgola qualcosa”: bisogna captare il sentimento delle persone e far capire loro che l’uscita dall’euro è la soluzione più dannosa alla crisi. Per poter far cambiare idea a costoro ci sono ancora due mesi di tempo, dopodiché forse sarà troppo tardi. Il premier ha aggiunto inoltre che c’è grande fiducia e curiosità verso l’Italia e le riforme che ha in cantiere, esortando inoltre gli italiani a smetterla con il “provincialismo”.  Premier che da oggi ufficialmente non è più sindaco della sua amata Firenze, città che ha votato ieri alle primarie per il candidato PD alle prossime amministrative. Come prevedibile ha vinto il braccio destro di Renzi Dario Nardella, con l’84% delle preferenze (complice però il breve periodo concesso per la campagna elettorale, fattore che ha indubbiamente favorito Nardella, che di suo aveva già il beneplacito di Renzi), battendo agevolmente Alessandro Lo Presti e Iacopo Ghelli. Nel frattempo ha parlato anche Squinzi. Il leader di Confindustria ha cercato di placare gli animi dopo le polemiche dei giorni scorsi (Renzi aveva snobbato Squinzi e la Camusso che avevano criticato il suo operato liquidandoli come “una strana coppia”) dicendo che “la contrapposizione che sta montando in questo momento è essenzialmente mediatica e non corrisponde alla nostra visione: posso garantire fin d’ora che saremo i sostenitori più leali del governo in attesa delle riforme e di vederle applicate. Se il governo Renzi sarà in grado di fare le riforme, troverà in noi i sostenitori più leali e decisi perché questo paese ha bisogno di riforme per ritrovare la crescita” Un copione già sentito qualche tempo fa, quando a recitarlo era però lo stesso premier, che in quel periodo era solito creare hashtag del tipo “#enricostaisereno”. Be’, in questo caso non mi stupirei se su un improbabile account Twitter di Squinzi trovassi scritto qualcosa come “#renzistaisereno”.

lunedì 24 marzo 2014

L'agenda Renzi

Vi ricordate il discorso di Renzi appena nominato Presidente del Consiglio? Davanti al circo mediatico aveva dettato la sua agenda: a febbraio la legge elettorale, a marzo la riforma del lavoro, ad aprile quella della Pubblica Amministrazione, a maggio quella del fisco, per poi aggiungere qualche giorno dopo che a giugno avrebbe messo mano alla riforma della giustizia. Be’, sebbene per la riforma della legge elettorale abbia sforato di qualche giorno, non si può dire che non stia mantenendo le promesse. Sta finendo marzo, e la riforma del lavoro (il famoso Jobs Act), per quanto possa essere stata criticata dai sindacati, è stata messa su carta grazie al decreto legge del ministro del Lavoro Giuliano Poletti. Nel frattempo continua la battaglia per riformare la costituzione. Per venerdì, infatti, il premier annuncia che si inizieranno i lavori per l’abolizione del senato, una riforma costituzionale che per motivi meramente tecnici potrà essere completata verso fine 2015. Aspettando la prossima riforma della pubblica amministrazione, anticipata dalla polemica sugli stipendi dei dirigenti che ha fatto stizzire Moretti di Ferrovie dello Stato, possiamo porre l’accento su una caratteristica del premier Matteo Renzi. Secondo uno stile molto british, molto thatcheriano, il premier bada alle sue riforme senza dare troppo spago alle polemiche degli avversari. Questo si sta vedendo con lo Jobs Act, che secondo i sindacati italiani non fa che portare più precarietà nel lavoro. Finalmente è stato dunque smentito il luogo comune per cui “in questo paese il problema vero sono i sindacati”. Non ci è voluto molto al premier Renzi per capire che se vuole fare andare avanti il proprio lavoro non può stare a sentire i problemi di tutti. Tanto, di polemiche ce ne sono e ce ne saranno sempre tante. Ma, continuando con l’analogia, tutto ciò non porterà agli stessi problemi che ha avuto in tempi non sospetti l’Inghilterra negli anni settanta ed ottanta? Restando il fatto che in questo momento non ci si può che comportare in questo modo, probabilmente no, non porterebbe agli stessi esiti, perché la situazione economica è ben diversa da quella di trenta-quaranta anni fa. L’altro ieri al Forum Confcommercio di Cernobbio ha parlato anche il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, che ha detto: “L’azione di governo è un insieme compatto di misure che si devono sostenere a vicenda, il cui senso risiede non nel singolo provvedimento, ma nell’azione complessiva di riforma, e che si basa su una prospettiva pluriennale”. Una prospettiva pluriennale. Anche questo è stato “promesso” dal premier ai tempi, e sembra proprio che nessuno in questo momento possa fermarlo. A meno di clamorosi imprevisti, Renzi si sta avvicinando al meglio alle europee del 25 maggio, tanto è vero che Grillo per cercare di fermare l’avanzata dell’ex sindaco si è addirittura fatto intervistare in TV da Mentana, quando fino a qualche mese fa espelleva chiunque lo facesse.

 Federico Sconocchia Pisoni – @fedescony

venerdì 21 marzo 2014

Il treno Renzi

Il treno delle riforme del governo Renzi va spedito, e non si ferma più (neanche per pisciare citando De Gregori). Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto Legge del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti, riguardo la riforma del lavoro. Un passo avanti, che smentisce tutti coloro che vedono in Renzi il solito politico vecchia maniera, che promette tanto ma non conclude niente. Sembrerebbe dunque ormai avviato il progetto di cambiamento voluto dall’ex sindaco di Firenze, e sembra davvero non avere ostacoli. Di qualche giorno fa è infatti la notizia dell’interdizione dai pubblici uffici per due anni a Silvio Berlusconi confermata dalla cassazione. Questo vuol dire una cosa sola, ma molto importante: probabilmente per i prossimi due anni non si andrà a votare. Gli ultimi sondaggi sono significativi: senza il nome di Berlusconi sul logo, Forza Italia rischia si scendere addirittura sotto il 20%. Per questo motivo i forzisti si sono subito messi all’opera per convincere qualche figlio dell’ex cavaliere a candidarsi elle europee. La conseguenza politicamente più importante in tutto ciò è che Renzi ha la strada completamente spianata, e gli ostacoli dell’opposizione via via saranno sempre di meno. Non conviene a nessuno andare alle elezioni adesso, se non al Movimento Cinque Stelle, che però comincia ad avere sempre meno peso nelle aule del parlamento (non che prima ne avesse avuto molto di più). Nei sondaggi invece i pentastellati crescono di qualche punto percentuale, ma il PD (da tempo confluito nel PSE di Martin Schulz) rimane sempre il primo partito in vista delle elezioni europee. Come già detto Forza Italia è in netto calo, ma nelle intenzioni di voto per le politiche, sondate da Ixè per Agorà, il centrodestra ancora se la batte con il centrosinistra. Già in precedenza l’opposizione di Forza Italia era stata un’opposizione piuttosto blanda, a maggior ragione ora che andare alle elezioni è tassativamente proibito, i parlamentari Forza Italia porranno sempre minore resistenza. Renzi in questo modo può velocemente procedere in primis con l’abolizione del Senato, e poi con le altre riforme. Nel caos generale, lo scenario che improbabilmente potrebbe delinearsi è quello di un’uscita di Alfano dalla maggioranza, che potrebbe avere paradossalmente una voglia improvvisa di elezioni per racimolare i voti persi da Forza Italia. Se non ora quando? Nei social invece cresce la popolarità di Matteo Renzi, che riceve sempre più “mi piace” su Facebook e sempre più follower su Twitter. Non quanti ne ha Grillo, che però da più tempo vegeta su internet, e di internet vive. Grillo che però sembra avere sempre meno seguito in rete, ed è molto grave per qualcuno che, come già detto, deve la sua popolarità quasi tutta alla rete ultimamente.

Chi di internet ferisce, di internet perisce, verrebbe da dire.

Federico Sconocchia Pisoni - @fedescony